Il presidente della Campania non arretra: “nessun passo indietro contro l’intolleranza”
Alla Reggia di Caserta, dove il 27 luglio è attesa una delle più prestigiose bacchette della musica classica internazionale, si consuma una battaglia che ha ben poco a che vedere con le note, e tutto a che fare con un clima culturale sempre più avvelenato. Il direttore d’orchestra russo Valery Gergiev, figura di spicco del panorama sinfonico mondiale, è finito nel mirino di un fronte trasversale che unisce pezzi di destra, del Partito Democratico e sedicenti “dissidenti” politici, in un coro che invoca l’annullamento della sua esibizione alla rassegna “Un’Estate da Re”, ospitata in uno dei luoghi simbolo del patrimonio italiano.

A guidare l’assalto sono Pina Picierno (PD) e Carlo Calenda (Azione), ma a dar man forte si aggiungono voci come quella della vicepresidente del Parlamento Europeo, di ex ministri e senatori, in un clima da caccia alle streghe che evoca scenari che l’Europa, almeno sulla carta, dovrebbe ripudiare: quelli della censura ideologica, del boicottaggio culturale, della giustizia per affiliazione.
Il “reato”? Gergiev è considerato vicino – politicamente e personalmente – al presidente russo Vladimir Putin. Un’accusa che, nel contesto del conflitto russo-ucraino, basta a trasformare un musicista in un paria. Poco importa che non sia un politico, né un militare, né tantomeno un portavoce del Cremlino. Gergiev è un artista. Ma evidentemente, per certi ambienti, questo non conta più.

Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, prova a fare da equilibrista: “L’arte è libera e non può essere censurata ma la propaganda, anche se fatta con talento, è un’altra cosa”. Parole ambigue che sembrano più alimentare la polemica che spegnerla. Come se una sinfonia potesse trasformarsi in un proclama, un assolo in una minaccia.
Decisamente più chiara la posizione del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, che ha difeso la scelta della sua amministrazione di ospitare Gergiev, sottolineando che “non intendiamo accettare logiche di preclusione o di interruzione del dialogo, perché questo non aiuta la pace. Alimenta solo i fiumi dell’odio”. Una presa di posizione netta, rara in un’Italia dove troppo spesso la cultura diventa ostaggio del politicamente utile.

Dal canto loro, i detrattori puntano il dito contro il passato e le amicizie del maestro russo. Picierno richiama il regolamento etico della Reggia, secondo cui non dovrebbero essere ospitati eventi che contrastano con i principi dell’Agenda 2030. Calenda denuncia Gergiev come “sostenitore attivo di un dittatore nemico dell’Italia”. Mara Carfagna e Filippo Sensi parlano di “ambasciatore del putinismo” e chiedono che “suoni sulla Piazza Rossa”. Si ignora volutamente che il ruolo dell’artista non è quello del burocrate, e che la storia – la stessa che oggi viene citata a sproposito – è piena di esempi di grandi autori accusati, in vita, di eresie ideologiche solo per poi essere riconosciuti per il loro valore universale.
Che si stia discutendo dell’opportunità di invitare Gergiev nel 2025 – tre anni dopo l’inizio della guerra in Ucraina – e non nel pieno del conflitto, dice molto sul vero fine dell’operazione: non la giustizia, ma la rimozione. Non il dialogo, ma la scomunica. Una cultura che censura se stessa per paura di scontentare il potere politico del momento è una cultura che ha già perso la sua battaglia.
Ci si chiede: cosa resterà del principio secondo cui l’arte è uno spazio libero, se si inizia a giudicarla sulla base delle simpatie politiche degli artisti? E perché chi invoca l’esclusione di Gergiev tace di fronte ad altre tragedie contemporanee – come Gaza – dove l’indignazione sembra avere un valore selettivo?
La vicenda Gergiev alla Reggia di Caserta è un caso emblematico. Oggi tocca a lui, domani potrebbe toccare a qualsiasi artista che, per le sue origini, frequentazioni o dichiarazioni, venga considerato “scomodo” da chi pretende di decidere cosa può essere ascoltato, visto, letto.
E così, mentre la musica tace sotto il peso del sospetto, la politica suona la sua sinfonia più stonata: quella dell’intolleranza.
CiCre
