Sedimenti contaminati, 63 sforamenti e tre esposti: i cittadini chiedono di conoscere cosa viene rimesso in circolo durante i lavori
A Bagnoli la parola «bonifica» rischia di diventare una parola vuota se nessuno è in grado di dimostrare, con dati alla mano, che gli inquinanti vengono realmente rimossi senza essere semplicemente trasferiti dal fondale all’acqua, dall’acqua agli organismi marini e, potenzialmente, alla catena alimentare. È questa la domanda che oggi deve essere posta con forza.
Le immagini scattate nel mare di Bagnoli mostrano chiazze e anomalie sulla superficie dell’acqua. Una fotografia, naturalmente, non può stabilire la composizione di quelle macchie. Ed è proprio per questo che la questione è ancora più grave: sono state campionate? Sono state analizzate? Che cosa contengono?
In un’area con una storia industriale pesantissima e con sedimenti contaminati, mentre sono in corso operazioni di dragaggio e movimentazione dei fondali, non è sufficiente liquidare ciò che appare in superficie come semplice torbidità di cantiere.
La domanda è molto più precisa: che cosa viene rimesso in sospensione durante il dragaggio? IPA, PCB, idrocarburi, metalli pesanti, diossine e altri contaminanti persistenti sono sostanze che, in determinate condizioni, possono rappresentare un rischio per gli ecosistemi. Alcune possono legarsi alle particelle dei sedimenti, essere trasportate dalle correnti e raggiungere organismi che vivono sul fondale. Da lì il problema può diventare biologico: molluschi, crostacei e pesci possono entrare in contatto con contaminanti che, in alcuni casi, possono accumularsi negli organismi e trasferirsi lungo la catena alimentare.

Per questo la domanda non può essere semplicemente se l’acqua sia più o meno torbida. Bisogna sapere quali sostanze vengono mobilizzate, in quali concentrazioni, in quale forma chimica, con quale biodisponibilità e fino a quale distanza vengono trasportate. E bisogna sapere cosa accade prima, durante e dopo ogni fase del dragaggio.
A Bagnoli, invece, continua a circolare un dato che, se confermato, sarebbe tutt’altro che irrilevante: 63 sforamenti. Sessantatré episodi non possono essere archiviati con una rassicurazione generica. Occorre dire quali parametri siano stati superati, quando, dove, per quanto tempo e quali provvedimenti siano stati adottati. Perché un monitoraggio non serve a rassicurare.
Serve a rilevare un problema e ad intervenire quando quel problema si manifesta. E allora dove sono i dati completi? Dove sono i risultati dei campionamenti? Dove sono le analisi della colonna d’acqua? Dove sono i risultati relativi ai sedimenti movimentati?

E soprattutto: chi sta verificando che ciò che viene rimosso dal fondale non finisca semplicemente nell’ambiente circostante?
C’è poi una questione che non può essere ignorata: a Bagnoli gli interventi sul mare si intrecciano con la realizzazione delle opere necessarie alla Coppa America. È legittimo realizzare infrastrutture. È legittimo rispettare un cronoprogramma. È legittimo voler restituire Bagnoli alla città. Ma nessuna scadenza, nessun evento internazionale e nessuna esigenza di cantiere possono venire prima della tutela dell’ambiente e della salute pubblica.

Se il dragaggio è necessario alla bonifica, lo si dimostri attraverso risultati verificabili. Se è contemporaneamente funzionale alla realizzazione delle infrastrutture, lo si dica con chiarezza.
Perché una cosa è bonificare un sito contaminato. Un’altra è utilizzare la parola bonifica per giustificare ogni intervento effettuato nell’area. La differenza non la devono stabilire i comunicati stampa. La devono stabilire i dati. Ed è qui che entra in gioco la magistratura.
Secondo quanto riferito da cittadini e comitati, sono stati presentati tre esposti alla Procura della Repubblica di Napoli. Si chiede di fare ciò che una Procura deve fare quando emergono segnalazioni che possono riguardare ambiente e salute: verificare. Acquisire i dati dei monitoraggi. Acquisire i verbali. Acquisire i risultati delle analisi. Verificare i 63 presunti sforamenti. Verificare le modalità con cui vengono effettuati i dragaggi. Verificare i sistemi di contenimento.Verificare se le chiazze fotografate siano state analizzate. Verificare se esista una correlazione tra le attività di cantiere e le eventuali anomalie ambientali.
E soprattutto verificare se qualcuno abbia omesso, ritardato o sottovalutato informazioni che avrebbero dovuto essere comunicate tempestivamente.
Non è un attacco alla bonifica. È l’esatto contrario. Una vera bonifica deve poter sopportare qualsiasi controllo. Una vera bonifica non teme la trasparenza. Una vera bonifica non chiede ai cittadini di fidarsi: fornisce prove. Bagnoli ha già pagato un prezzo enorme per decenni di industrializzazione, contaminazione e ritardi. Non può permettersi di pagare un secondo prezzo a causa di una bonifica condotta senza la massima trasparenza.
Perché se oggi esiste un rischio, bisogna conoscerlo oggi. Non tra dieci o vent’anni. Non quando qualcuno ricostruirà a posteriori ciò che è accaduto. Non quando sarà troppo tardi per stabilire chi sapeva, chi doveva controllare e chi non ha controllato.
Bagnoli non ha bisogno di altre rassicurazioni. Ha bisogno di verità. E la verità, questa volta, deve stare nei numeri, nelle analisi e nei verbali. Se tutto è regolare, che venga dimostrato. Se ci sono anomalie, che vengano spiegate. Se ci sono responsabilità, che vengano accertate.
E se gli esposti sono già sul tavolo della Procura, è arrivato il momento di aprire gli occhi sul mare di Bagnoli prima che sia ancora una volta la storia, fra molti anni, a raccontarci ciò che oggi qualcuno avrebbe dovuto vedere.
Ciro Crescentini
