Le tragiche storie di Sant’Antonio Abate, Pordenone e Orvieto puntano il dito sulla scarsa cultura della sicurezza.
Un tragico bilancio ha segnato l’ennesima giornata nera per la sicurezza sul lavoro in Italia. Tre operai, di età compresa tra i 22 e i 51 anni, hanno perso la vita in distinte tragedie avvenute in poche ore, gettando un’ombra su una questione che da troppo tempo resta senza soluzioni concrete: la sicurezza sui luoghi di lavoro.
Il primo incidente è avvenuto a Sant’Antonio Abate, in provincia di Napoli, dove un operaio di 51 anni è rimasto vittima di un terribile incidente all’interno di un’azienda di smaltimento rifiuti. Il lavoratore è stato tragicamente incastrato nel nastro trasportatore, un episodio che solleva ancora una volta interrogativi sulla sicurezza nelle imprese che gestiscono rifiuti e sulla gestione delle macchine e degli impianti industriali.
A Pordenone, in Friuli Venezia Giulia, la seconda vittima è un giovane di 22 anni, che stava lavorando nella fabbrica STM di Molino di Campagna, specializzata nella lavorazione dell’acciaio a caldo. Secondo la ricostruzione iniziale, il giovane sarebbe stato colpito alla schiena da un frammento metallico lanciato dallo stampo che stava utilizzando, un impatto che gli ha provocato gravissime lesioni interne. Nonostante i tentativi di rianimarlo da parte del personale sanitario, il ragazzo è deceduto sul colpo. La dinamica dell’incidente solleva interrogativi anche sulla sicurezza degli impianti e sulla protezione dei lavoratori esposti a rischi in ambienti ad alta temperatura e pressione.
Infine, a Orvieto, lungo l’autostrada A1, un operaio di 38 anni ha perso la vita investito da un tir mentre stava lavorando sulla carreggiata nord, impegnato in un intervento di manutenzione stradale. Il tragico episodio si inserisce nel più ampio contesto degli incidenti che colpiscono spesso coloro che operano sulle strade, dove il rischio di incidenti con veicoli in transito è elevato, nonostante le misure di sicurezza adottate.
Le reazioni istituzionali e sindacali
Questi incidenti mortali sono solo l’ultimo capitolo di una strage che sembra non arrestarsi mai. Francesca Re David, segretaria confederale della Cgil, ha denunciato come queste tragedie siano alimentate da un sistema che privilegia il risparmio e la fretta, sacrificando la sicurezza e la protezione dei lavoratori. La sindacalista ha ribadito che “la svalorizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori è la vera responsabile di queste morti e nessun appello generico alla cultura della sicurezza può essere efficace senza una cultura della centralità della persona sul profitto. Con i referendum sul lavoro dell’8 e del 9 giugno, promossi dalla Cgil, vogliamo invertire questa logica intervenendo sulle responsabilità nella catena degli appalti e sulla precarietà. Senza questo cambio di paradigma – conclude Re David – la strage non si fermerà“
Anche l’Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro (Anmil) ha espresso la propria indignazione, chiedendo la creazione di una Procura nazionale del lavoro per garantire un coordinamento efficace delle indagini e delle azioni legali relative agli incidenti sul lavoro. Il presidente dell’Anmil, Antonio Di Bella, ha sottolineato la necessità di una giustizia che sia severa nei confronti di chi mette il profitto davanti alla sicurezza dei lavoratori.
Il commento di Enzo Maraio segretario del Partito Socialista Italiano
Enzo Maraio, segretario del PSI, ha definito le morti sul lavoro un’emergenza nazionale, sottolineando la necessità di intervenire non solo con normative più stringenti, ma anche con un grande programma educativo che sensibilizzi le nuove generazioni sulla cultura della sicurezza. “Il tempo delle false promesse è finito”, ha dichiarato Maraio, evidenziando l’importanza di un intervento educativo nelle scuole per formare una coscienza collettiva sulla sicurezza sul lavoro.
La strage infinita: cosa serve per fermarla?
Questi incidenti mortali non sono episodi isolati sono causati da un sistema che continua a svalorizzazione le figure professionali e da una cultura aziendale che spesso sacrifica la sicurezza in nome della produttività, dei profitti alimentando una vera e propria strage. Le parole non sono più sufficienti, è il momento di agire concretamente, prima che altre tragedie come quelle di ieri diventino una tragica routine.
Alma
