L’Unione Europea sabota i negoziati e rilancia il riarmo. La pace è fuori agenda.
Il mondo è entrato in una nuova e pericolosissima fase del conflitto. Donald Trump – secondo fonti vicine all’intelligence americana – ha dato via libera all’utilizzo da parte dell’Ucraina di missili a lungo raggio forniti dagli Stati Uniti. Missili capaci di colpire in profondità il territorio russo, modificando radicalmente lo scenario strategico e diplomatico della guerra.
La risposta russa non si è fatta attendere: Vladimir Putin ha ordinato oggi l’avvio di un’esercitazione su larga scala della triade nucleare strategica. Sono stati lanciati: un missile intercontinentale Yars da 5.700 chilometri, un Sineva da sottomarino, e missili da crociera a lancio aereo da parte dell’aviazione strategica.
Tutti i componenti delle forze nucleari sono stati coinvolti. Un segnale inequivocabile: la Russia si prepara a ogni eventualità.

Ma il dato politicamente più rilevante è che, in mezzo a questo scenario esplosivo, a saltare è stato anche l’atteso incontro tra Putin e Trump a Budapest, che avrebbe potuto rappresentare un primo canale non ufficiale per riaprire un dialogo tra Mosca e Washington. E a farlo saltare, secondo fonti diplomatiche ungheresi, è stata proprio l’Unione Europea.
L’Europa che lavora per la guerra, non per la pace
Altro che mediatore. L’Unione Europea, dietro la retorica da “costruttore di pace”, si conferma attore pienamente guerrafondaio, che lavora attivamente per sabotare ogni apertura diplomatica e prolungare il conflitto il più a lungo possibile. Dai palazzi di Bruxelles non arrivano richiami al dialogo, ma continui pacchetti di armi, finanziamenti miliardari a Kiev e nuove sanzioni alla Russia, anche a costo di colpire le economie dei propri stessi cittadini.
E la regia è chiara: l’Europa è diventata una gigantesca piattaforma di lancio per gli interessi dell’industria militare, americana ed europea. Si stanziano fondi, si vendono caccia, si finanziano forniture belliche, si impongono sacrifici ai cittadini, mentre le fabbriche d’armi registrano profitti record.
Zelensky in tour come rappresentante della NATO industriale
Mentre il mondo trattiene il fiato, Zelensky gira l’Europa come un rappresentante commerciale del complesso militare-industriale. Dopo la Norvegia, è atterrato in Svezia, che si è detta pronta a vendere 150 caccia Gripen. Domani sarà a Bruxelles, ospite del Consiglio Europeo, dove si discuterà del cosiddetto “piano di pace in 12 punti” — un titolo accattivante che nasconde, in realtà, l’ennesima agenda per il riarmo mascherata da diplomazia.
Intanto, sul tavolo torna l’idea – folle e illegale – di confiscare gli asset russi congelati per finanziare l’Ucraina, un atto che rappresenterebbe una rottura definitiva del diritto internazionale e un’escalation economica diretta.
L’Italia in ginocchio, ma c’è sempre un miliardo per la guerra
Mentre Bruxelles brucia miliardi in armi, l’Italia approva una manovra da appena 18 miliardi di euro. In confronto, l’Unione Europea ha già stanziato 178 miliardi di euro in aiuti a Kiev negli ultimi tre anni e mezzo. Ma nessuno si chiede: a che prezzo? Con quali risultati? E soprattutto, a vantaggio di chi?
Non certo dei cittadini italiani, che vedono peggiorare ogni giorno le condizioni di vita, mentre Giorgia Meloni recita la parte della sovranista in patria e della subalterna a Trump e Ursula von der Leyen in Europa. Sempre pronta a firmare nuove forniture, nuove missioni militari, nuovi sacrifici. Mai una parola chiara per la pace.
Una verità scomoda: l’Europa ha scelto la guerra
Oggi non si può più fare finta di nulla. L’Unione Europea ha scelto: la guerra come politica industriale, la deterrenza come linguaggio, l’allineamento NATO come unica visione del mondo.
Ogni possibilità di trattativa viene sistematicamente smontata. Ogni voce fuori dal coro viene screditata. Ogni appello alla ragione viene deriso. Nel frattempo, Putin simula l’uso della triade nucleare e l’Ucraina viene autorizzata a colpire il territorio russo. Un cocktail che nessuna propaganda riuscirà a far sembrare “difensivo”. Il disastro è a un passo. E chi governa l’Europa ha deciso di accelerare.
Ciro Crescentini
