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Tre operai morti a Napoli e ora tutti fanno finta di indignarsi

Redazione by Redazione
26 Luglio 2025
in Attualità, In Primo Piano, Napoli
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Lacrime di coccodrillo da politici e sindacati. Una strage annunciata, frutto di omissioni, silenzi e connivenze.

Una mattina come tante, nel cuore del Rione Alto, si è trasformata in un bollettino di guerra. Tre uomini, tre operai, sono morti sul colpo precipitando da un’altezza di circa 20 metri mentre stavano lavorando sul tetto di un edificio di otto piani, in via San Giacomo dei Capri, quartiere Arenella. Si chiamavano Ciro Pierro (62 anni, di Calvizzano), Luigi Romano (67, di Arzano) e Vincenzo Del Grosso (54, napoletano). Stavano lavorando. E sono morti così. Ammazzati da un sistema che da anni scarica ogni costo sulla pelle viva dei lavoratori. Un sistema che approva leggi criminali che costringono a lavorare fino a 70 anni.

Il cestello sospeso a venti metri da terra, piegato, inclinato verso il vuoto, è rimasto lì: una lama silenziosa che racconta l’orrore. Secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stato il cedimento di un perno del binario verticale a provocare il ribaltamento dell’intera struttura. Tre vite spezzate in un istante, sotto gli occhi increduli dei commercianti della zona, che descrivono una scena agghiacciante, “una tragedia da film”, ma fin troppo reale.

La Procura di Napoli, con il procuratore aggiunto Antonio Ricci e il sostituto Stella Castaldo, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Le domande sono tante e pesanti: perché quei lavoratori non indossavano caschi e imbracature? Chi ha controllato le condizioni del montacarichi, noleggiato da una ditta esterna? Perché l’attrezzatura, evidentemente inadeguata o mal mantenuta, era ancora in uso?

Un altro cantiere insicuro. Un’altra strage. Un’altra pagina nera del lavoro nei cantieri.

TUTTI SANNO MA NESSUNO AGISCE

In un Paese in cui si muore ogni giorno di lavoro, è ora di gridare con forza: non si tratta di incidenti, ma di omicidi sociali.

Questi tre operai non sono morti per un destino crudele, né per un errore umano inevitabile. Sono morti perché qualcuno ha deciso che risparmiare sui costi della sicurezza era più importante delle loro vite.

E allora le domande si moltiplicano:

  • Gli ispettori del lavoro dove sono? Partecipano solo ai convegni e seminari? Quante ispezioni vengono fatte davvero? Come vengono chiuse? Quante denunce dei lavoratori vengono archiviate senza risposta?
  • Perché le imprese vengono avvisate prima delle ispezioni? Perché non si effettuano degli accertamenti sugli ispettori che collaborano con gli studi dei datori di lavoro, veri e propri conflitti d’interesse?
  • Quante conciliazioni “a ribasso” vengono imposte ai lavoratori pur di mettere a tacere le violazioni? E quanti verbali sono sottoscritti con l’avallo dei sindacati confederali che dovrebbero tutelarli?

Cgil, Cisl e Uil, brave a rilasciare dichiarazioni. Ma quante denunce dettagliate inviano davvero ogni mese agli organi ispettivi? Quante volte si attivano con forza per pretendere verifiche e controlli sul rispetto dei contratti e della sicurezza in cantiere?

LA RESPONSABILITÀ DEL COMMITTENTE: TUTTO DA VERIFICARE

La legge parla chiaro. Il committente, ovvero l’assemblea condominiale nel caso di lavori edili, è responsabile della sicurezza dall’inizio alla fine. Deve nominare un Coordinatore per la sicurezza, redigere il Piano di Sicurezza e Coordinamento (PSC), vigilare sull’adempimento delle normative, garantire la scelta di imprese affidabili. Lo ha fatto?

Ha avvisato gli organismi competenti dell’apertura del cantiere, come prevede la normativa? È stata effettuata la comunicazione di inizio lavori all’Asl e all’Ispettorato?

Chi ha controllato che il montacarichi fosse idoneo? Che il peso – tre uomini più un rotolo di bitume – fosse compatibile con la struttura? Che tutto fosse a norma? Nessuno?

UNA STRAGE QUOTIDIANA

In Campania, nei primi cinque mesi del 2025, sono state 34 le denunce di infortuni mortali, 13 solo nella città di Napoli. Ma i numeri ufficiali sono solo la punta dell’iceberg. Il sommerso è enorme, le malattie professionali non denunciate o ancora latenti si accumulano silenziose nei corpi dei lavoratori. La strage continua, nel silenzio colpevole delle istituzioni e nella complicità di un sistema che tutela le imprese e condanna chi lavora.

Nel 2025 non si cade più dalle impalcature per caso. Si cade per profitto. Si cade perché il lavoro è diventato una roulette russa. O accetti il rischio, o stai a casa senza stipendio. O mangi questa minestra, o salti dalla finestra. Letteralmente.

LE DICHIARAZIONI DI GIULIANO GRANATO (POTERE AL POPOLO)

“Un’altra strage operaia. Tre lavoratori morti a Napoli, caduti mentre ristrutturavano il tetto di un palazzo. Una strage quotidiana e silenziosa, quella dei morti sul lavoro. Di cui non frega a chi sta ai piani alti. Altrimenti il potere politico avrebbe rafforzato i controlli nelle imprese, anziché imporre il mantra del ‘non disturbare’ le aziende. E avrebbe inserito nell’ordinamento il reato di omicidio sul lavoro, che potrebbe funzionare da deterrente per quegli imprenditori che consapevolmente decidono che per qualche profitto in più vale la pena mettere a rischio la vita dei dipendenti, non rispettando le misure su salute e sicurezza.


Altrimenti il potere mediatico dedicherebbe le prime pagine a Kevin Laganà, Luana D’Orazio, Nicolò Giacalone, Mattia Battistetti, Patrizio Spasiano, seguirebbe i processi, i presidi, le battaglie.
Per non parlare del potere economico, quello che sa parlare solo di formazione – che poi spesso manco fa – e versare lacrime di coccodrillo per poi proseguire la guerra contro i lavoratori, sacrificabili sull’altare dei profitti.
Se il potere costituito se ne frega, a noi importa eccome.


Non ci sarà alcuna soluzione dall’alto, se non ci organizziamo noi. Se non ci mettiamo insieme, se non troviamo il modo ‘sicuro’ di denunciare, se non ci facciamo l’uno scudo dell’altro, perché difendere il collega significa difendere noi stessi. Se non ci battiamo noi per salvare le nostre stesse vite, non ci sarà nessuno a farlo al nostro posto”

Parole nette, che non lasciano margini di ambiguità. E che denunciano un sistema dove la vita dei lavoratori vale meno del risparmio su un noleggio, una cintura di sicurezza, un sopralluogo ispettivo

È IL MOMENTO DELLA GIUSTIZIA

Oggi vedremo i soliti politici piangere davanti alle telecamere. “Basta morti sul lavoro”, diranno. “Dobbiamo intervenire”. Ma la verità è che non hanno fatto niente, né il centrodestra, né il centrosinistra. Nulla. Hanno smantellato diritti, deregolamentato appalti, tagliato i fondi agli ispettori. Sono loro i primi responsabili.

Serve una Procura Nazionale del Lavoro, serve il reato di omicidio sul lavoro, serve un salario minimo per impedire che qualcuno sia costretto a morire per 5 euro l’ora.

NON È SOLO UN’EMERGENZA. È UN SISTEMA DI MORTE.

Non è un caso. Non è fatalità. È un sistema strutturato: appalti al massimo ribasso, imprese fantasma, subappalti a catena, controlli inesistenti, sicurezza solo sulla carta. E i lavoratori come carne da macello.
Chi non investe in sicurezza, chi taglia sui dispositivi di protezione, chi non forma i lavoratori, chi accetta subappalti e appalti al ribasso sceglie consapevolmente di mettere vite umane in pericolo.

E chi dovrebbe vigilare, controllare, punire… dov’è?

Tre uomini sono stati uccisi oggi a Napoli. Non dimentichiamolo. E non perdoniamolo.

Ciro Crescentini

Tags: ciro pierroInfortunilavoroluigi romanotre operai morti a napolivincenzo del grosso
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🕐 Aggiornato il: 26/07/2025 alle 09:41

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