Dalla Val d’Agri ad Amendolara, emergono connessioni tra sfruttamento, aziende agricole e reti criminali
Non si tratta di episodi isolati. Le morti dei braccianti stranieri nelle campagne tra Basilicata e Calabria stanno facendo emergere un sistema consolidato di sfruttamento, controllo e intimidazione che, secondo investigatori e sindacati, va ben oltre la figura del singolo caporale.
Il quadro è emerso con forza durante un’audizione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, svoltasi il 10 marzo presso la Prefettura di Matera. Davanti ai commissari, i vertici delle forze dell’ordine hanno illustrato i risultati delle indagini avviate dopo un grave incidente avvenuto nell’autunno scorso in Val d’Agri, costato la vita a quattro lavoratori agricoli stranieri e che ha provocato il ferimento di altri sei.
Quell’episodio, secondo gli investigatori, ha rappresentato soltanto il punto di partenza per portare alla luce una realtà molto più ampia. Ricostruendo vicende pregresse e collegandole agli sviluppi più recenti, gli inquirenti hanno individuato meccanismi ricorrenti di reclutamento, sfruttamento e controllo della manodopera migrante.
Un modello che si ripete
Le prime svolte investigative sono arrivate con quattro arresti eseguiti nel dicembre successivo. Tra gli indagati figurano anche due cittadini pachistani accusati di aver provocato la morte di quattro lavoratori all’interno di un minivan incendiato in un’area di servizio lungo la Statale 106, tra Amendolara e Roseto Capo Spulico.
Il sopravvissuto alla tragedia, Mohammad Taj Alamyar, ha definito quel contesto con un’espressione destinata a suscitare forte attenzione: “La mafia del Pakistan”.
Le testimonianze raccolte dagli investigatori descrivono un sistema caratterizzato da alloggi degradati, trattenute economiche imposte ai lavoratori e una dipendenza totale dai caporali per ogni aspetto della loro permanenza sul territorio.
Le intimidazioni ai superstiti
Secondo quanto riferito dai responsabili delle forze dell’ordine durante l’audizione parlamentare, alcuni lavoratori sarebbero stati minacciati affinché fornissero versioni dei fatti attenuate o non corrispondenti alla realtà. Un investigatore ha spiegato che: “I superstiti erano stati intimiditi dai caporali per fornire una ricostruzione annacquata, sostanzialmente falsa”.
Per evitare interferenze nelle indagini e garantire la sicurezza dei testimoni, carabinieri e polizia hanno deciso di trasferire i superstiti in strutture protette.
Un ufficiale ha aggiunto: “Abbiamo dovuto spostare i braccianti sopravvissuti in una struttura protetta per garantire un racconto veritiero”.
Grazie anche a queste tutele, gli inquirenti sono riusciti a consolidare un impianto accusatorio che ha portato all’arresto di quattro caporali.
Lavoro sottopagato e controllo costante
Le indagini hanno documentato condizioni di lavoro estremamente gravose. Secondo gli accertamenti, molti braccianti percepivano circa 42 euro al giorno per otto ore di attività nei campi. A queste si aggiungevano altre due o tre ore trascorse sui mezzi di trasporto.
Un investigatore ha descritto così il sistema di controllo: “Erano sottoposti a metodi di sorveglianza assolutamente vietati, dovevano chiedere il permesso anche per andare in bagno, e non sempre veniva accordato”.
Il nodo delle aziende agricole
Già nel novembre 2025 la Guardia di Finanza aveva denunciato i titolari di circa trenta aziende agricole dell’area ionica lucana per il mancato versamento dei contributi previdenziali.
Secondo gli accertamenti, l’evasione avrebbe superato i due milioni di euro. Un sindacalista ha commentato: “Hanno trattenuto sui loro conti anche la quota del 9% a carico dei lavoratori”.
La strage di Amendolara
Le vittime dell’incendio avvenuto ad Amendolara si chiamavano Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Safi Iayjad, 27 anni, e Waseem Khan, 29 anni. Secondo le ricostruzioni investigative, la lite sarebbe nata da richieste di pagamento non soddisfatte.
Uno dei testimoni ha raccontato: “Non erano stati mai pagati. La lite nasce dalle richieste di soldi, fino ad arrivare all’abominio”. I due arrestati, Safeer Ahmed e Ali Raza, sono accusati di aver cosparso il veicolo di benzina e di aver appiccato il fuoco. Il superstite ha riferito: “Parlavano di droga e pistole, era un sistema”.
Le accuse dei sindacati
Secondo la Cgil Calabria, il caporalato nelle campagne del Mezzogiorno si fonda su una struttura articolata che comprende reclutatori, intermediari e imprese. Un rappresentante sindacale ha affermato: “A fronte di un caporale c’è sempre un’azienda che si rivolge a lui”. Anche la Uil ha aggiunto: “Non è possibile che due persone arrivate dall’estero gestiscano un sistema simile senza coperture”.
Le critiche alla normativa sull’immigrazione
Secondo il segretario della Cgil Basilicata, Fernando Mega, il sistema normativo favorirebbe lo sfruttamento. “Il decreto flussi è inefficace e produce irregolarità e ingiustizie”. Anche l’Usb ha criticato il quadro legislativo: “La legge Bossi-Fini ha criminalizzato i migranti e ridotto il loro potere contrattuale”.
Nel frattempo le indagini proseguono per ricostruire l’intera rete di responsabilità dietro un sistema che, secondo gli inquirenti, ha trasformato il lavoro agricolo in una catena di sfruttamento strutturato.
Alessandro Manna
