Togliere la sanità alle Regioni, ridarla allo Stato: disegno di legge M5s

La riforma costituzionale depositata in Senato: un solo articolo, due commi, per restituire competenza esclusiva all’amministrazione statale

Tornare ad un unico servizio sanitario nazionale, sottraendo la competenza – oggi concorrente con lo Stato – alle Regioni. A prevederlo è un disegno di legge costituzionale del Movimento 5 stelle, depositato al Senato, a prima firma Paola Taverna. Un solo articoli, composto da due commi, per tornare indietro nel tempo. A prima della devastante riforma del titolo V, voluta nel 2001 dal centrosinistra. “All’articolo 117 della Costituzione – recita l’articolo 1 del disegno di legge – sono apportate le seguenti modificazioni: a) al secondo comma è aggiunta, in fine, la seguente lettera: «s-bis) tutela della salute»; b) al terzo comma, le parole: «tutela della salute;» sono soppresse”. In pratica, la sanità verrebbe inserita tra le materia di cui lo Stato conserva competenza esclusiva. E sarebbe cancellata dalla lista di quelle a competenza concorrente con le regioni. Così facendo, si annullerebbe l’assetto attuale, frazionato in venti diversi sistemi sanitari regionali. Con tanti saluti ai principi di universalità e uguaglianza, nella tutela della salute degli italiani. Se passasse la riforma grillina, l’amministrazione statale si occuperebbe di nuovo della disciplina funzionale, in materia sanitaria. Non più, come ora, limitandosi a stabilirne i principi fondamentali. Principi, di fatto, stravolti nella realtà quotidiana.

La relazione illustrativa. “In base all’articolo 32 della Costituzione la tutela della salute rappresenta uno dei compiti fondamentali dello Stato – scrive la senatrice Taverna nella relazione illustrativa-.Il processo di regionalizzazione del Sistema sanitario, com’è noto, viene completato attraverso la riforma del Titolo V (…). In particolare, a norma dell’articolo 117 comma 2 della Costituzione, la tutela della salute diviene competenza legislativa concorrente tra Stato e Regioni. Lo Stato mantiene la competenza esclusiva nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale (…). L’assetto istituzionale così delineato nella sua dimensione attuativa ha finito per sconfessare le intenzioni del legislatore in punto di uniformità ed equità nell’accesso e nella fruizione delle prestazioni sanitarie sull’intero territorio nazionale. Anzi, a dire il vero si sono registrati profondi divari territoriali con inaccettabili dislivelli, sia in termini quantitativi che qualitativi, dei servizi erogati nelle varie regioni. E, benché in una prospettiva comparata il nostro Servizio sanitario nazionale risulta piuttosto efficiente ed efficace, di certo il disinvestimento cui è stato sottoposto negli anni recenti ne ha drasticamente ridotto le dotazioni di infrastrutture, tecnologia e soprattutto di personale. A ragion del vero, a partire dalla Legge 30 dicembre 2018 (…) si è operata un’inversione di tendenza. Cionondimeno, il definanziamento operato nell’ultimo decennio ha determinato numerose e rilevanti conseguenze. Prime fra tutte, un maggior ricorso alle prestazioni offerte in regime privatistico, le cui strutture peraltro – a fronte dei progressivi disinvestimenti nel settore pubblico – si sono giovate spesso di crescenti finanziamenti pubblici. Un circuito vizioso dunque che ha visto il Servizio sanitario venire gradualmente e irrazionalmente depauperato delle sue risorse”. Nel documento si ricorda che il Servizio Sanitario Nazionale tra il 2010 e il 2017 ha registrato una riduzione di 42.861 unità (-6,7%). Nel 2017 il Ssn contava su 603.375 unità di personale, i medici erano 101.100 (-5,9% rispetto al 2010) e il personale infermieristico 253.430 (-3,9%). Rispetto alla popolazione residente, il personale dipendente del SSN è pari a 99,7 per 10 mila residenti: il tasso varia da un minimo di 66,7 nel Lazio a un massimo di 169,1 in Valle d’Aosta. Per i medici il tasso è pari a 16,7 per 10 mila residenti (minimo 12,2 nel Lazio, massimo 25,5 in Sardegna). Per il personale infermieristico si contano 41,9 infermieri ogni 10 mila residenti (31,1 in Campania, 60,9 nella PA di Bolzano).
Secondo la Ragioneria di Stato tra il 2009 e il 2017 sono venute meno più di 46 mila unità di personale dipendente: oltre 8.000 medici e più di 13 mila infermieri.
In base all’ultimo annuario statistico del ministero della Salute disponibile, nel 2017 il servizio sanitario nazionale disponeva di circa 191 mila posti letto per degenza ordinaria. Solo 3,6 posti letto ogni 1.000 abitanti. Nel 2010 erano 245.000. “Anche su questo versante – aggiunge Taverna – si registrano significative differenze tra le varie regioni: si passa dai 2,0 posti letto ogni 1000 abitanti in Calabria con 3859 unità ai 3,5 in Liguria, con 5484 unità. La Lombardia conta quasi 30000 posti letto, la Sicilia 11698. Tali significative discrasie territoriali si sono riverberate su una notevole differenza della qualità delle prestazioni erogate che, a sua volta, ha comportato una forte frammentazione del sistema sanitario e a una ingiustificata disparità di fruizione del servizio stesso. Ne è derivata una forte crescita dei ricoveri fuori regione e, cosa che è più grave, una contrazione del diritto alla salute”. Gli elevati costi delle prestazioni e le lunghe liste d’attesa hanno portato milioni di italiani ad rinunciare alle cure. “La preoccupante fotografia del nostro sistema sanitario – spiega la relazione – si tinge di drammaticità in questo momento in cui il nostro Servizio Sanitario si sta trovando ad affrontare un’inedita emergenza sanitaria causata dalla violenta diffusione del Covid-19, che l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito come “pandemia”. Si è posto un crescente allarme in relazione alla capacità del nostro Servizio sanitario nazionale di reggere il peso di un così improvviso, straordinario e non preventivato afflusso. Ciò soprattutto in relazione alla carenza di unità di personale sanitario e all’adeguatezza dei presidi, degli strumenti e dei posti letti dei reparti di terapia intensiva, in quanto necessari per la presa in carico e il trattamento dei casi più gravi di pazienti che hanno contratto la malattia da nuovo coronavirus 2019 (COVID-19)”. All’esplodere dell’epidemia, i reparti direttamente collegati all’area dell’emergenza disponevano di circa 5000 posti letto di terapia intensiva (8,42 per 100.000 abitanti). Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità questo numero è il frutto di una drastica riduzione operata negli anni: dal 1997 al 2015, il nostro Paese ha progressivamente dimezzato i posti letto per i casi acuti e la terapia intensiva, passati da 575 ogni 100 mila abitanti ai 275 attuali. Un calo del 51% che ci porta in fondo alla classifica europea. “Anche in questo caso – sottolinea la prima firmataria del disegno di legge – rimarchevoli sono le differenze territoriali (Campania 506, Sardegna 123, Toscana 447, Lombardia 900, Calabria 141, etc..). Adesso si impone al legislatore una seria riflessione che parta dal presupposto che le misure emergenziali siano affiancate da una improcastinabile revisione del Servizio sanitario nazionale.Tale revisione non può, stante le criticità qui brevemente delineate, che prendere avvio da una modifica costituzionale che riporti la competenza in materia di tutela della salute in capo esclusivo dello Stato. Si ritiene, infatti, che solo in questo modo potrà tornarsi a garantire la sostenibilità del Sistema sanitario nazionale, ma anche – ed è ciò che più conta – una migliore equità nell’erogazione delle prestazioni”. Taverna è convinta: “Con una regia nazionale il servizio pubblico sanitario potrà maggiormente rispondere ai princìpi di universalità, di uguaglianza e di globalità degli interventi in osservanza e ottemperanza del dettato costituzionale”. Adesso restano da convincere le altre forze del parlamento, a partire da quelle di maggioranza.

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