Opposizioni e associazioni parlano di atto discriminatorio e violazione dei diritti dei minori
C’è una linea che uno Stato democratico non dovrebbe mai oltrepassare. È la linea che separa l’amministrazione dalla schedatura, l’inclusione dal sospetto, la scuola dal controllo politico delle identità. Il governo Meloni quella linea l’ha superata.
Con una nota ufficiale del Ministero dell’Istruzione, trasmessa tramite l’Ufficio Scolastico del Lazio, alle scuole viene chiesto di rilevare la presenza di alunni e studenti palestinesi negli istituti. Non gli studenti stranieri. Non i minori in condizioni di fragilità. I palestinesi. Uno per uno. Contati. Classificati. Segnalati. È un atto grave. Profondamente razzista.
Perché quando uno Stato decide di isolare una sola identità nazionale o etnica e di trasformarla in oggetto di censimento, non sta “raccogliendo dati”: sta costruendo una categoria sospetta.
La scuola, che dovrebbe essere il luogo dell’uguaglianza e della tutela dei minori, viene piegata a strumento di controllo. Bambini e ragazzi diventano una variabile amministrativa non per ciò che fanno, ma per ciò che sono. Perché appartengono a un popolo oggi sotto attacco, demonizzato, disumanizzato nel dibattito pubblico.
Palestinesi: quindi diversi. Palestinesi: quindi da monitorare.
Il governo Meloni parla ossessivamente di “merito”, ma pratica la discriminazione preventiva. Parla di legalità, ma normalizza una logica che richiama le pagine più nere della storia europea: quelle in cui si comincia a contare le persone non per i loro comportamenti, ma per la loro identità.
Qual è lo scopo reale di questa rilevazione? Quale emergenza educativa giustifica un censimento selettivo su base nazionale? Perché non esistono analoghe richieste per altre comunità colpite da guerre, repressioni, esodi? La risposta è politica, non amministrativa.
Questo atto manda un messaggio chiarissimo: alcuni bambini sono più “problematici” di altri per definizione. Alcune identità sono tollerate, altre sorvegliate.
È la stessa logica che alimenta decreti securitari, repressione del dissenso, criminalizzazione della solidarietà. Una logica che trasforma la paura in metodo di governo e la scuola in un’antenna ideologica dello Stato.
Chi oggi tace di fronte alla schedatura degli studenti palestinesi, domani accetterà nuove liste, nuovi bersagli, nuove esclusioni. Perché la storia insegna una cosa sola: le discriminazioni non iniziano mai con i campi o le prigioni, ma con i moduli da compilare.
E quando uno Stato chiede agli insegnanti di contare i bambini “giusti” e quelli “sbagliati”, non è più uno Stato che educa. È uno Stato che ha già scelto da che parte stare.
Eloquente la nota diffusa dalla Comunità Palestinese.
“Come Comunità Palestinese Campania esprimiamo profonda preoccupazione per questa circolare del Ministero dell’Istruzione e l’USR Lazio, che chiede alle scuole di segnalare e quantificare la presenza di alunni e studenti palestinesi.
Se fosse reale e confermata, questa misura per come è formulata, assomiglia a una schedatura su base etnica e nazionale, una pratica che riteniamo gravissima, inaccettabile e pericolosa, non solo nei confronti del nostro popolo, ma contro ogni forma di libertà costituzionale e democratica. Il Ministero chiede di identificare e contare studenti palestinesi senza alcun progetto educativo dichiarato, senza risorse aggiuntive, senza un quadro normativo trasparente e senza tutele chiare per chi verrà coinvolto. Non è chiaro a quale scopo vengano richiesti questi dati, come verranno utilizzati, chi vi avrà accesso e quali garanzie siano previste per i minori e le loro famiglie.
Chiediamo spiegazioni immediate, il ritiro di questa circolare e chiarezza e trasparenza su quali siano le reali finalità di questa rilevazione, monitorando nel frattempo che la stessa circolare non si diffonda anche qui in Campania.
Gli studenti palestinesi non sono numeri, non sono categorie da monitorare, non sono un problema da mappare e identificare. Sono persone, con diritti, dignità e bisogno di protezione.
In un momento storico in cui il popolo palestinese subisce ancora un genocidio che si perpetua dietro una finta tregua, questo tipo di provvedimenti rischia di alimentare sospetto, stigmatizzazione e isolamento nei nostri confronti.
Non resteremo in silenzio. Chiediamo rispetto, chiarimenti e il ritiro immediato di qualsiasi misura che discrimini, direttamente o indirettamente, su base etnica o nazionale“
Ciro Crescentini

