Almeno 50mila persone al corteo nazionale per Askatasuna, nonostante cariche e lacrimogeni
Torino è stata attraversata da una mobilitazione imponente che ha trasformato l’intera giornata in un lungo e teso susseguirsi di iniziative, confluenze e resistenza collettiva. Il corteo nazionale in difesa di Askatasuna e contro il governo, la guerra e l’offensiva sugli spazi sociali si è concluso in serata al Regio Parco, davanti al Cimitero Monumentale, dopo ore di marcia e scontri.
La città è stata letteralmente invasa da una partecipazione senza precedenti: almeno 50mila persone, arrivate da ogni parte d’Italia, si sono riversate nelle strade partendo da tre diversi concentramenti. Oltre 200 realtà hanno aderito alla chiamata, dando vita a una mobilitazione ampia, eterogenea, determinata.

Durante la giornata il corteo ha dovuto fronteggiare un pesante dispositivo di ordine pubblico. Cariche ripetute, lanci di lacrimogeni, idranti in funzione, caroselli di blindati hanno cercato di spezzare l’avanzata. Nonostante questo, la manifestazione ha continuato a muoversi, ricomporsi, resistere. A scandire il passo e l’unità, uno slogan diventato filo conduttore dell’intera giornata: “Askatasuna vuol dire libertà”.
La mobilitazione non ha parlato solo di un singolo spazio sotto attacco, ma di qualcosa di più ampio. La difesa di Askatasuna è stata raccontata come la difesa di un’idea di città e di società, fatta di cultura, mutualismo, solidarietà e autorganizzazione. Un attacco a uno spazio sociale è stato percepito come un attacco diretto a tutte e tutti.

Quella che ha attraversato Torino è apparsa come una risposta collettiva a un malessere diffuso: la stanchezza per le guerre, per i salari sempre più bassi, per lo smantellamento degli spazi di vita e di socialità, mentre le disuguaglianze continuano ad allargarsi. Una rabbia condivisa, ma anche una volontà di esserci, di contarsi, di rendersi visibili.
Alla fine della giornata, ciò che resta è l’immagine di una marea umana che ha riempito le strade, sfidando repressione e narrazioni ostili, portando al centro del dibattito una domanda politica chiara: chi decide il futuro delle città e degli spazi comuni? Torino, oggi, ha dato una risposta collettiva e rumorosa.
Ciro Crescentini

