Altri quattro agenti avrebbero corretto i verbali iniziali
Il caso di Rogoredo, da subito trasformato in emblema della “legittima difesa” delle forze dell’ordine, sta restituendo un quadro molto più problematico rispetto alla narrazione politica che lo aveva accompagnato nei primi giorni.
Il 26 gennaio Abderrahim Mansouri, 28 anni, viene ucciso con un colpo di pistola dall’assistente capo Carmelo Cinturrino durante un controllo antidroga nel boschetto alla periferia di Milano. L’iscrizione dell’agente per omicidio volontario provoca una reazione immediata dell’esecutivo. Matteo Salvini parla di iniziativa “eccessiva” della Procura e rilancia la necessità di una norma che eviti l’automatica apertura di fascicoli nei confronti degli agenti. Matteo Piantedosi sostiene che con lo scudo penale l’onere della prova sarebbe stato invertito. Giorgia Meloni denuncia un presunto “doppiopesismo” di certa magistratura e utilizza l’episodio per difendere il decreto Sicurezza.
La versione iniziale descrive una reazione a un’arma puntata contro l’agente: una replica di Beretta 92 con tappo rosso. Ma l’inchiesta della Procura di Milano sta mettendo in discussione quel racconto. Secondo gli accertamenti, Mansouri non sarebbe stato armato al momento dello sparo; la pistola giocattolo sarebbe stata collocata accanto al corpo in un secondo momento. Risulta inoltre un ritardo di oltre venti minuti nella chiamata ai soccorsi.
Parallelamente emergono testimonianze su presunte richieste quotidiane di denaro e droga da parte dell’agente alla vittima e ad altri spacciatori della zona tra Corvetto e Rogoredo. Mansouri avrebbe respinto tali pretese e manifestato timore. Oltre a Cinturrino, altri quattro poliziotti sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso; dopo i primi verbali, avrebbero in parte corretto le loro dichiarazioni, avvicinandosi alla ricostruzione degli inquirenti.
In questo scarto tra narrazione iniziale e sviluppo investigativo si colloca il nodo politico. Nelle ore immediatamente successive ai fatti, l’episodio è stato assunto come prova esemplare di un sistema giudiziario ritenuto ostile alle forze dell’ordine. Le parole contro l’iscrizione per omicidio volontario, le accuse di “doppiopesismo” e la campagna di solidarietà all’agente hanno costruito un fronte polemico contro la magistratura quando l’inchiesta era ancora agli inizi. Il caso è diventato argomento per giustificare misure più restrittive in materia di sicurezza e per accelerare sullo scudo penale, presentato come tutela necessaria contro presunti automatismi persecutori.
Oggi, con un quadro investigativo che ipotizza manipolazioni, omissioni e possibili condotte illecite interne, quella lettura appare quantomeno affrettata. I toni del governo si sono fatti più prudenti, ma resta il dato politico: un fatto di cronaca non ancora chiarito è stato utilizzato per attaccare l’operato della magistratura e rafforzare una linea legislativa già tracciata, orientata a restringere gli spazi di controllo giudiziario sull’azione delle forze dell’ordine.
L’inchiesta dovrà accertare responsabilità individuali. Ma sul piano istituzionale il caso Rogoredo lascia un interrogativo più ampio: se la sicurezza possa essere costruita contrapponendo potere esecutivo e potere giudiziario, o se proprio la rapidità con cui si è trasformato un evento controverso in bandiera politica non riveli una strumentalizzazione che i fatti, progressivamente, stanno smentendo.
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