Mentre Cgil, Cisl e Uil festeggiano la finta unità con la Premier, migliaia di ragazzi fuggono da stipendi da fame e familismo
Padova non è stata una vittoria diplomatica, è stata la resa culturale di un sindacato che ha scambiato il conflitto sociale con una carezza della Premier. Vedere la platea della Uil – la stessa che fino a ieri minacciava le barricate e paralizzava il Paese con gli scioperi generali – scattare in piedi per una standing ovation a Giorgia Meloni non è “buona educazione istituzionale”. È pragmatismo della peggior specie.
La metamorfosi è quasi imbarazzante. La stessa sigla che per mesi ha sfilato al fianco delle opposizioni per il salario minimo a 9 euro l’ora, oggi applaude la Premier che quel salario minimo lo ha liquidato con un “no” categorico. Perché questo cambio di rotta? La risposta è cinica: il governo ha blindato il monopolio della rappresentanza. Scrivendo nel decreto del 1° Maggio che il “salario giusto” è solo quello dei contratti firmati da Cgil, Cisl e Uil, Palazzo Chigi ha incassato la pace sociale.
Il messaggio ai burocrati è stato chiaro: noi non vi scavalchiamo, ma voi non ci disturbate il manovratore. E i delegati hanno applaudito, preferendo la tutela della propria “ditta” alla tutela universale dei lavoratori più poveri.

Il trionfalismo sulle misure economiche è un castello di carte che crolla alla prima verifica reale. Il taglio del cuneo fiscale e le detassazioni, presentati come regali storici, sono in realtà fumo negli occhi. Ciò che il governo centrale mette in tasca con una mano, il sistema locale lo toglie con l’altra.
La trappola delle addizionali. Come ammesso a denti stretti dallo stesso Pierpaolo Bombardieri, l’aumento delle addizionali Irpef regionali e comunali – strozzate dai tagli ai trasferimenti dello Stato – ha già mangiato gran parte di quei bonus. Un gioco a somma zero di cui i lavoratori pagano il biglietto, mentre i leader sindacali si godono la passerella.
Anche il bilancio sulla sicurezza sui posti di lavoro è fallimentare. La “patente a punti” nei cantieri è una versione edulcorata e burocratica rispetto alle richieste iniziali. Niente Procura speciale, niente reato di omicidio sul lavoro, nessuna riduzione d’orario. In compenso, spazio agli impatti emotivi, l’abbraccio sul palco tra la premier e la madre di Luana D’Orazio diventa l’espediente perfetto per coprire la mancanza di riforme strutturali con una spruzzata di pietismo a favore di telecamera.
Il giorno dopo, il copione prevedeva la foto dell’unità ritrovata. Landini, Bombardieri e Fumarola stretti in un sorriso di facciata. Il leader della Cgil ha scelto di non graffiare, in nome di una presunta “ricostruzione della fiducia”.
Ma quale fiducia? È qui che l’ipocrisia del sistema sindacale italiano tocca il fondo, svelando una contraddizione che nessuno sul palco di Padova ha avuto il coraggio di nominare. Mentre i vertici sindacali si stringono la mano e si fanno fotografare come salvatori della patria, i giovani italiani continuano a fuggire da questo Paese. Scappano perché rifiutano di essere sfruttati, sottopagati e umiliati da un mercato del lavoro che premia la docilità anziché il merito.
E la colpa non è solo di una politica miope, ma di un sistema di potere di cui il sindacato è sostanzialmente complice. Nelle aziende pubbliche, nelle partecipate statali e nelle aziende partecipate(vedi Napoli Servizi) o negli enti bilaterali – proprio i settori dove la presenza sindacale è più massiccia – le assunzioni e le progressioni di carriera continuano troppo spesso a seguire la logica familistica. I posti migliori finiscono ai figli, ai parenti e ai protetti dei delegati sindacali, mentre i giovani qualificati e senza “santi in paradiso” vengono messi alla porta o costretti all’emigrazione.
Il sindacato che oggi si dichiara “unito per cambiare le cose” è lo stesso che gestisce queste logiche spartitorie nei posti di lavoro. Finché la difesa del privilegio interno varrà più del futuro delle nuove generazioni, i sorrisi di Padova rimarranno quello che sono: la recita di una casta che si autoassolve mentre il Paese reale si svuota.
Ciro Crescentini

