L’estate 2026 ha già superato il bilancio del 2025. Le Regioni hanno introdotto gli stop nelle ore più rischiose, ma mancano verifiche capillari, sopralluoghi e denunce. Anche negli appalti pubblici e privati la sicurezza non può essere scaricata sull’ultimo anello della catena
Il caldo non è più soltanto una questione meteorologica. Quando entra nei luoghi di lavoro diventa un problema di sicurezza, di salute pubblica e, sempre più spesso, una questione di vita o di morte.
Al 22 agosto il bilancio dell’estate 2026 è già drammatico: 20 lavoratori morti dopo malori riconducibili all’esposizione alle alte temperature, sulla base del conteggio indicato e aggiornato rispetto ai dati Worklimate. Un numero che supera già i 17 decessi registrati nell’intera estate 2025.
Eppure, rispetto allo scorso anno, qualcosa era stato fatto prima. Le ordinanze regionali sono arrivate in molti casi già tra la fine di maggio e la metà di giugno. Diciotto Regioni hanno adottato provvedimenti contro il lavoro nelle condizioni di maggiore rischio. Esistono mappe previsionali, sistemi di allerta e strumenti per consentire la sospensione delle attività. Il governo ha inoltre previsto la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione quando il caldo rende impossibile lavorare in sicurezza. E allora perché continuiamo a contare morti?
La risposta più scomoda è anche la più evidente: perché tra la norma e il controllo della norma c’è ancora un vuoto enorme.
Le ordinanze non bastano se nessuno verifica
Il meccanismo sulla carta è semplice: quando le condizioni climatiche raggiungono determinate soglie di rischio, le attività maggiormente esposte devono essere sospese o rimodulate, in particolare nelle ore centrali della giornata. Ma una norma non si applica da sola. Servono controlli, sopralluoghi, verifiche e sanzioni. Servono ispettori, Asl, Carabinieri per la tutela del lavoro, polizie locali. E serve anche una responsabilità precisa lungo tutta la catena degli appalti.
Gli enti appaltanti devono controllare
Negli appalti pubblici e privati, gli enti appaltanti devono assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. Chi affida un’opera, un servizio o una lavorazione non può limitarsi a firmare il contratto e considerare concluso il proprio compito. Il controllo deve passare anche attraverso i direttori dei lavori, i responsabili del procedimento, i coordinatori della sicurezza e le altre figure previste dalla normativa, ciascuno per le proprie competenze.
Il direttore dei lavori non deve diventare un semplice certificatore dello stato di avanzamento dell’opera. Nei cantieri esposti al rischio climatico deve verificare che le condizioni operative siano compatibili con le prescrizioni di sicurezza, che gli orari vengano effettivamente rimodulati quando necessario, che siano garantite pause, acqua, zone di recupero e tutte le misure previste.
Lo stesso principio deve valere negli appalti privati. Chi commissiona un lavoro deve sapere come viene eseguito. E deve sapere in quali condizioni lavorano le persone che lo eseguono. La sicurezza non dovrebbe essere una responsabilità scaricabile verso il basso lungo la catena degli appalti.
E i sindacati dove sono?
C’è poi un altro silenzio che pesa. Se il caldo estremo è diventato una delle principali emergenze della sicurezza sul lavoro, colpisce la scarsità delle denunce, degli esposti e delle iniziative pubbliche da parte delle organizzazioni sindacali.
Non si tratta di negare il lavoro svolto da singoli delegati, Rsu, Rls e strutture territoriali. Ma sul piano generale, di fronte a un bilancio di morti che cresce, la voce del sindacato appare troppo spesso debole, intermittente, frammentata. E questo vale soprattutto per le grandi organizzazioni confederali e per le rispettive categorie.
Dove sono le campagne straordinarie di denuncia? Dove sono gli esposti sistematici alle Asl e all’Ispettorato? Dove sono le richieste di accesso agli atti sulle verifiche effettuate? Dove sono le denunce pubbliche delle aziende che continuano a lavorare ignorando le ordinanze?
Sono domande legittime. Perché il sindacato non può limitarsi a intervenire dopo la tragedia. La denuncia preventiva dovrebbe essere una delle sue armi principali.
Un’organizzazione sindacale dovrebbe essere il primo soggetto a segnalare un cantiere nel quale si lavora sotto il sole durante le ore vietate, un’azienda agricola che non garantisce pause e acqua, una cucina dove il calore raggiunge livelli incompatibili con la sicurezza, un appalto nel quale la pressione sui tempi sta diventando più importante della salute dei lavoratori. Invece, troppo spesso, la denuncia arriva quando ormai c’è un morto.
Un sindacato troppo vicino al sistema di potere dominante?
Il problema diventa ancora più politico quando questa debolezza viene letta alla luce dei rapporti sempre più stretti tra parte del sindacato, istituzioni e mondo datoriale.
La critica che deve essere posta, senza ipocrisie, è se una parte delle organizzazioni confederali e delle loro categorie sia diventata troppo subalterna alle logiche delle associazioni imprenditoriali e troppo accomodante nei confronti dei governi, nazionali e territoriali.
Se il compito del sindacato è rappresentare chi lavora, la sua indipendenza non può essere soltanto formale. Non può esserci concertazione quando è in gioco la vita delle persone. Non può esserci prudenza istituzionale quando un lavoratore rischia un collasso perché l’impresa vuole rispettare una scadenza. Non può esserci silenzio per non disturbare un’amministrazione regionale, un Comune o un’associazione datoriale.
La sicurezza non è materia di mediazione politica. È un diritto. E quando un diritto fondamentale viene violato, il sindacato dovrebbe essere il primo soggetto a denunciare, non uno degli ultimi.
Il paradosso: gli strumenti esistono
Il paradosso dell’estate 2026 è proprio questo. Gli strumenti per intervenire ci sono. Worklimate consente di individuare le condizioni di rischio. Le Regioni hanno adottato ordinanze. Le imprese possono modificare gli orari. Il governo ha previsto strumenti di sostegno economico per le sospensioni legate alle condizioni climatiche, è possibile, infatti, chiedere la cassa integrazione ordinaria. Eppure, secondo gli elementi raccolti da Il Desk Quotidiano indipendente, continuano a mancare controlli capillari e una rete efficace di denuncia.
È qui che il sistema si inceppa. Una previsione di rischio non protegge nessuno se il datore di lavoro la ignora. Un’ordinanza non protegge nessuno se nessuno controlla il rispetto degli orari. Un ispettorato non può proteggere nessuno se gli organici non consentono controlli sufficienti. Un sindacato non può proteggere nessuno se non denuncia le violazioni. E un ente appaltante non può dichiararsi estraneo se l’opera viene realizzata attraverso una catena di subappalti nella quale la sicurezza viene progressivamente compressa.
Basta con la responsabilità scaricata sull’ultimo anello
Il modello dell’appalto italiano tende troppo spesso a produrre una catena nella quale ogni soggetto sembra poter dire: non tocca a me. Il committente affida. L’appaltatore esegue. Il subappaltatore organizza. Il lavoratore lavora. E quando accade una tragedia si cerca il responsabile nell’ultimo anello della catena. È una logica che va rovesciata. La sicurezza deve essere controllata a ogni livello.
L’ente appaltante deve vigilare per quanto di propria competenza. Il direttore dei lavori deve verificare le condizioni dell’opera e l’osservanza delle prescrizioni che gli competono. Il coordinamento della sicurezza deve funzionare realmente. L’impresa deve organizzare il lavoro in funzione delle condizioni climatiche. Gli organi pubblici devono controllare. I sindacati devono denunciare. Solo così la prevenzione smette di essere una parola.
Il caldo non è una calamità naturale quando si muore per lavorare
C’è infine una questione culturale. Non dobbiamo accettare l’idea che il lavoratore morto durante un’ondata di calore sia una sorta di vittima inevitabile dell’estate. Il caldo è un fenomeno naturale. Morire di caldo mentre si lavora, invece, non deve essere considerato inevitabile. Se sappiamo in anticipo che arriveranno temperature estreme, se abbiamo sistemi capaci di individuare il rischio, se abbiamo ordinanze che impongono limitazioni, se possiamo spostare gli orari, sospendere le lavorazioni e utilizzare ammortizzatori sociali, allora una parte consistente del rischio è prevedibile e può essere gestita. Quando non lo si fa, non siamo più davanti a una semplice fatalità. Siamo davanti a un fallimento della prevenzione.
Venti morti sono già troppi
L’estate 2026 non può essere archiviata come l’ennesima stagione eccezionale. Deve diventare il momento in cui l’Italia decide che il rischio da caldo è a tutti gli effetti un rischio strutturale del lavoro.
Occorre un sistema nazionale omogeneo, controlli più numerosi e mirati, responsabilità effettive nella filiera degli appalti, un ruolo più incisivo degli enti committenti e dei direttori dei lavori, tutela concreta per chi segnala le violazioni e un sindacato capace di tornare a fare quello che dovrebbe essere una delle sue funzioni fondamentali: disturbare il potere quando il potere mette a rischio chi lavora. Perché venti morti non sono una statistica. Sono venti vite spezzate.
E se dopo venti morti continuiamo a discutere soltanto di temperature, allerte e ordinanze, senza chiederci chi doveva controllare e perché non lo ha fatto, allora il problema non è più soltanto il caldo.
Il problema è un sistema di sicurezza che, nei momenti decisivi, continua a lasciare solo il lavoratore. E un Paese civile non può permetterselo.
Ciro Crescentini

