Riceviamo e pubblichiamo integralmente
Nel tempo della paura diffusa, dell’allarme sociale crescente e delle narrazioni che esasperano il senso di insicurezza urbana, la vera sfida – oggi più che mai – è quella della lettura razionale e documentata dei fenomeni. Il Primo Rapporto UNIV-CENSIS sulla sicurezza fuori casa, di recente pubblicazione, fornisce una fotografia puntuale e articolata di tale scenario, restituendo una mappa delle percezioni, dei dati oggettivi e del ruolo crescente anche degli attori non statali, come la vigilanza privata, nel garantire una convivenza civile ordinata.
Uno dei dati più significativi del rapporto – e quasi provocatorio nella sua apparente semplicità – riguarda il bisogno universale di sicurezza quotidiana: il 94,2% degli italiani afferma di voler vivere i propri spazi pubblici senza timori, con serenità. Un desiderio trasversale che accomuna fasce d’età e territori, e che pone al centro del discorso pubblico la necessità di politiche integrate e strumenti efficaci, non tanto per alimentare la paura, quanto per gestirla con competenza.
Ma ciò che merita una particolare attenzione – anche in chiave di riscatto narrativo – è la posizione di Napoli nel quadro delineato dal CENSIS. Tradizionalmente dipinta come città emblematica del degrado e della pericolosità, Napoli occupa oggi, nei dati oggettivi del 2024, una posizione non solo meno drammatica di quanto i pregiudizi suggeriscano, ma persino indicativa di un cambio di paradigma. Se osserviamo la classifica assoluta dei reati, Napoli è terza dopo Roma e Milano, con 132.809 denunce complessive. Ma è l’incidenza per 1.000 abitanti a rivelare la vera proporzione: Milano guida con 69,7, seguita da Firenze (65,3), Roma (64,1), Bologna (60,9) e Rimini (60,3). Napoli? Non compare nemmeno tra le prime dieci per incidenza. È un dato di portata simbolica e sostanziale: dimostra che, al netto della visibilità mediatica e delle narrazioni securitarie, il capoluogo campano ha oggi un tasso di criminalità in rapporto alla popolazione sensibilmente inferiore rispetto ad altri centri urbani del Nord e del Centro.
Certo, non si tratta di negare le criticità ancora presenti, ma piuttosto di costruire una lettura più matura, libera da automatismi stigmatizzanti. Napoli non è la “città del crimine”, ma una metropoli complessa, attraversata da fragilità e contraddizioni – come ogni grande agglomerato europeo – ma anche da una vitalità sociale e comunitaria che spesso supplisce all’assenza di presìdi istituzionali. Anche la crescita della percezione di insicurezza – che nel Sud si attesta al 68,5% (contro il 73,2% del Nord-Ovest) – non deve essere confusa con un’escalation incontrollata del crimine, quanto piuttosto interpretata alla luce di fattori sociali, culturali e mediatici che amplificano determinati eventi e oscurano l’evidenza dei progressi. E in questo quadro, la fiducia crescente nella vigilanza privata – ritenuta utile o indispensabile dal 75,8% degli italiani – mostra un ulteriore segno di adattamento funzionale alla complessità del nostro tempo, anche nei contesti metropolitani più esposti.
Non si tratta, dunque, di sostituire le istituzioni, ma di integrarle in un modello condiviso di sicurezza “relazionale”, basato sulla collaborazione, sulla prossimità e sulla qualità dei servizi, pubblici e privati. Napoli, da questo punto di vista, può diventare non un’anomalia, ma un laboratorio. Una città dove i dati superano i pregiudizi. E dove, forse, la narrazione del pericolo può finalmente lasciare spazio a quella della fiducia.
Giovanni Di Trapani

