Dodici nazioni dicono basta ai prodotti dei coloni israeliani, ma il governo italiano frena e prende le distanze dall’iniziativa diplomatica
Una mossa drastica e senza precedenti scuote gli equilibri diplomatici internazionali. Dodici Paesi, guidati da Gran Bretagna, Francia e Canada, hanno ufficializzato l’intenzione di bloccare gli scambi commerciali con gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. L’obiettivo dichiarato è colpire l’economia delle colonie, considerate illegali dal diritto internazionale, e dare un segnale forte contro la crescente ondata di violenze nella regione. L’iniziativa arriva dopo un lungo periodo di stallo dell’Unione Europea, che finora aveva preferito misure circoscritte ai singoli coloni ritenuti facinorosi, senza però riuscire a trovare una linea comune ed efficace nei confronti di Tel Aviv.
Fino ad oggi, una parte rilevante di beni agricoli, vino e prodotti manifatturieri ha continuato a raggiungere i mercati europei dai territori contesi, spesso beneficiando di maglie larghe nei sistemi di etichettatura che rendevano complesso tracciarne l’origine effettiva. Con il nuovo provvedimento, questo flusso rischia di subire una frenata drastica.
A formalizzare il provvedimento per conto di Londra è stato il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband, intervenuto alla Camera dei Comuni. Nello stesso momento, il capo della diplomazia francese Jean-Noël Barrot affidava la posizione di Parigi a un messaggio pubblico sui social media. L’alleanza dei dodici comprende anche Danimarca, Finlandia, Islanda, Polonia, Portogallo e Svezia, le quali si uniscono a governi come Irlanda, Spagna, Paesi Bassi, Norvegia e Belgio che avevano già adottato in passato restrizioni simili. L’Italia, al contrario, ha scelto di non sottoscrivere l’accordo. Il documento congiunto chiede esplicitamente al governo israeliano di bloccare ogni ulteriore ampliamento delle colonie e delle competenze amministrative civili, pretendendo inoltre giustizia per le aggressioni perpetrate dai coloni e un’indagine trasparente sull’operato delle forze armate.
Durante il suo intervento a Westminster, Miliband — richiamando la propria storia personale di figlio di rifugiati sfuggiti al nazismo — ha usato parole durissime contro Israele, accusandolo di tollerare una vera e propria «pulizia etnica» in corso in Cisgiordania. Il ministro ha ribadito la qualifica di “illegalità” per gli insediamenti e ha condannato con forza i piani di espansione, a cominciare dal discusso progetto E1, volto a edificare migliaia di alloggi tra Gerusalemme Est e l’avamposto di Ma’ale Adumim.
Sulla stessa linea si è mossa Parigi. Spiegando le ragioni dell’adesione francese, Barrot ha descritto la Cisgiordania come una polveriera pronta a esplodere a causa della colonizzazione sfrenata e dell’escalation di violenze da parte dei gruppi estremisti. Per il ministro transalpino, questa deriva non calpesta soltanto la dignità del popolo palestinese, ma mina profondamente la sicurezza dello stesso Stato di Israele, con cui la Francia vanta un legame indissolubile. Senza uno stop immediato agli insediamenti, l’obiettivo dei due Stati — ritenuto l’unica via percorribile per una pace duratura in Medio Oriente — resterà irraggiungibile. Da qui la convinzione che Parigi non possa continuare ad alimentare economicamente una situazione di instabilità, lanciando un appello affinché il resto dell’Europa adotti la medesima linea.
La reazione di Israele non si è fatta attendere, innescando una crisi diplomatica immediata. Gideon Sàar, ministro degli Esteri israeliano, ha risposto ordinando la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme e l’espulsione dei funzionari del Regno Unito impegnati nel centro di coordinamento di Kiryat Gat e nella base di Ramallah dedita all’addestramento delle forze palestinesi. È stato inoltre imposto il divieto d’ingresso in Cisgiordania per dodici personalità britanniche accusate di ostacolare Israele, tra cui figura l’ex leader laburista Jeremy Corbyn. Fonti diplomatiche israeliane hanno liquidato la decisione di Londra come una mossa di facciata dettata da calcoli di politica interna, mirata a compiacere la base del partito e potenzialmente pericolosa perché percepita come un’interferenza nei delicati equilibri politici locali.
Dall’altra parte dell’oceano, gli Stati Uniti hanno preso le distanze dall’iniziativa europea. Il segretario di Stato Marco Rubio, pur ammettendo l’esistenza di forti tensioni in Cisgiordania, ha escluso categoricamente l’ipotesi che Washington possa allinearsi alle sanzioni britanniche. L’amministrazione americana ha ribadito la priorità di evitare qualsiasi mossa che possa aggravare ulteriormente la destabilizzazione regionale.
Di segno opposto l’accoglienza a Ramallah: l’Autorità Nazionale Palestinese ha accolto la notizia con favore, definendo l’intesa un passo fondamentale per chiamare alle proprie responsabilità i fautori del sistema di insediamenti e per ribadire la nullità giuridica dell’occupazione.
Infine, il dibattito si sposta in Italia, dove il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha marcato una netta distanza dalla scelta dei dodici Paesi. Pur definendola una prerogativa autonoma dei singoli Stati, Tajani ha sottolineato che decisioni di questa portata dovrebbero essere assunte collegialmente a livello europeo, così da evitare pericolose distorsioni all’interno del mercato unico. Nel frattempo, diverse organizzazioni non governative e umanitarie, tra cui Oxfam e Amnesty International, continuano a sollecitare l’esecutivo italiano affinché adotti posizioni nette e tangibili contro la politica coloniale di Tel Aviv, chiedendo l’introduzione di sanzioni economiche e lo stop formale agli scambi commerciali.
Ciro Crescentini

