Mentre Mosca propone un incontro diretto a Istanbul, Kiev e le capitali europee rifiutano, imponendo nuove condizioni.
Vladimir Putin rilancia: propone di riaprire i negoziati diretti con Kiev il 15 maggio a Istanbul. Lo dice apertamente, davanti ai giornalisti, alle agenzie internazionali, ai “colleghi dell’Occidente” che, parole sue, “sembrano sinceramente interessati alla risoluzione della crisi”. Aggiunge: “Siamo pronti a trattative serie, senza precondizioni. Lo siamo sempre stati. Non siamo stati noi a interrompere il dialogo nel 2022”.
E’ la prima proposta diplomatica concreta da mesi in un conflitto che si è ormai trasformato in una macchina da guerra a ciclo continuo, alimentata più da interessi esterni che dalla volontà reale di difendere un popolo, quello ucraino, martoriato.
Eppure, da Kiev, la reazione è stata un rigetto immediato. Volodymyr Zelensky, l’ex comico trasformato in paladino della libertà a comando della NATO, ha risposto al tentativo diplomatico con un ultimatum: Mosca deve accettare un cessate il fuoco totale entro il 12 maggio, altrimenti niente colloqui.
Lo stesso linguaggio bellicista viene ribadito dai partner europei. Emmanuel Macron, in tournée elettorale fra Przemysl e Kiev, ha rigettato l’approccio russo con disinvoltura: “Un cessate il fuoco incondizionato non può essere preceduto da negoziati”. Parole che si commentano da sole.
La cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, riunitasi lo scorso sabato nella capitale ucraina, mostra una postura plastificata, scollegata da qualsiasi desiderio concreto di disinnescare il conflitto. I leader di Francia, Germania, Polonia e Regno Unito – Macron, Merz, Tusk e Starmer – non hanno speso una sola parola per incoraggiare il negoziato diretto. Hanno invece minacciato ulteriori sanzioni, nuove forniture di armi, e un isolamento più radicale della Russia, se non si adeguerà a una tregua “unilaterale”.
Putin ha definito “rozzi” questi ultimatum, e non ha torto. È rozzo il tono, sono rozzi i contenuti: si tratta di richieste che non mirano alla pace, ma alla capitolazione politica. Il presidente Putin rilancia una tregua progressiva, verificabile, sostenuta da negoziati sulle cause profonde del conflitto, mentre da Kiev e dalle capitali europee arriva solo il diktat: fermatevi, poi vi diremo come e quando trattare.
Chi oggi difende lo status quo di guerra – armamenti, escalation, sanzioni a pioggia – lo fa non per difendere il popolo ucraino, ma per prolungare una guerra per procura, utile a logorare la Russia e a cementare il controllo atlantico sull’Europa. Una guerra combattuta con i corpi degli ucraini, con i soldi dei contribuenti europei, e con la compiacenza di un’informazione sempre più servile.
Putin ha ricordato che la Russia ha già proclamato tre cessate il fuoco unilaterali: quello pasquale, quello invernale e quello appena dichiarato per l’8, 9 e 10 maggio, giorni della Vittoria sul nazismo. E ha elencato le migliaia di violazioni da parte ucraina: oltre 5.000 attacchi durante l’ultima tregua, centinaia di droni, missili, barche kamikaze nel Mar Nero, tentativi di incursione in territorio russo. “Nemmeno la tregua di Pasqua è stata rispettata”, ha dichiarato. Non lo dice tra le righe, lo dice chiaramente: non c’è volontà dall’altra parte, ma solo propaganda e provocazione.
Chi ha orecchie per intendere, intenda. Ma l’Europa sembra sorda. Anzi: più Putin parla di pace, più i leader europei reagiscono con fastidio, se non con irritazione. Il motivo è chiaro: la narrativa deve rimanere manichea. Il buono e il cattivo, la democrazia contro la tirannia, la libertà contro l’imperialismo. Qualsiasi proposta di compromesso rischia di far crollare questo castello.
Eppure, nel marzo 2022, una bozza di accordo c’era già, firmata dal capo negoziatore ucraino a Istanbul, prima che – su pressione di Washington e Londra – fosse stracciata e buttata via. Oggi Mosca propone di ripartire proprio da lì, con il sostegno attivo della Turchia e la disponibilità, già annunciata, del presidente Erdoğan.
Putin insiste: “Chi vuole veramente la pace non può che sostenere questa proposta. Siamo pronti ai negoziati. È la controparte che deve decidere se continuare la guerra o no”. Parole semplici. Ma nell’Europa dei “volenterosi”, sembra che nessuno voglia la pace, almeno non adesso. Troppa è la posta in gioco: interessi industriali, prestigi personali, agende geopolitiche a lungo termine.
In mezzo, come sempre, ci sono gli ucraini, sacrificati come pedine. Mentre i governi che si presentano come “difensori della democrazia” preferiscono screditare, deridere, ignorare ogni spiraglio di dialogo, piuttosto che sedersi al tavolo con un leader che non hanno saputo sconfiggere militarmente né isolare politicamente. E allora la domanda, oggi, è tanto semplice quanto urgente: chi ha davvero paura della pace?
CiCre

