Un sindacato che sostiene l’astensione dimostra che non vuole il cambiamento. Perché votare è fondamentale.
C’è qualcosa di profondamente sbagliato quando un sindacato si mette di traverso al diritto dei lavoratori di votare. È quello che sta facendo la CISL, con una presa di posizione vergognosa contro i referendum sul lavoro. Un comportamento che grida allo scandalo, perché non è solo una dichiarazione politica: è un atto di complicità con chi ha smantellato negli anni le tutele, reso il lavoro sempre più insicuro, e trasformato intere generazioni in eserciti di precari.
La CISL, invece di difendere i lavoratori, li ammonisce: “Il lavoro non si difende guardando al passato”. Ma di quale passato parla? Quello in cui c’era l’Articolo 18, in cui licenziare senza giusta causa era più difficile? Quel passato fatto di diritti conquistati con le lotte, che oggi sono stati calpestati in nome della flessibilità e del profitto? Se questo è guardare indietro, allora ben venga: perché da quella stagione abbiamo solo da reimparare.
Non si tratta, come cerca di far credere la CISL, di una nostalgia ideologica. I referendum puntano a rimettere in discussione leggi inique come il Jobs Act, che ha diviso i lavoratori in serie A e serie B, togliendo la possibilità di reintegrare chi viene licenziato ingiustamente. Altro che “passo indietro”: qui si tratta di riprendere in mano il timone, di fermare una deriva che ha prodotto paura, insicurezza, silenzio.
Il sindacato di via Po ci tiene a sottolineare che le statistiche non mostrano un aumento dei licenziamenti. Ma basterebbe mettere piede in un qualsiasi ufficio o fabbrica d’Italia per sentire la verità: contratti a termine, partite IVA finte, interinali che vengono buttati fuori senza preavviso. La precarietà non sta nei numeri, sta nei corpi e nei cuori di chi non riesce a programmare un futuro. E la CISL, davanti a tutto questo, alza le spalle e difende lo status quo.
E non è finita. Per la confederazione guidata da Daniela Fumarola, anche chiedere che nei subappalti sia garantita la responsabilità del committente per la sicurezza è “sbagliato”. Sbagliato? Quando ogni settimana muore un lavoratore in un cantiere, spesso perché le ditte appaltatrici risparmiano proprio sulla sicurezza? Allora diciamolo chiaro: chi si oppone a una responsabilità estesa sta difendendo un sistema che mette il profitto davanti alla vita.
Ma la CISL non è solo complice di chi precarizza: è anche sorda alle istanze più urgenti dei lavoratori, come dimostra il silenzio verso i precari di Poste Italiane. La lettera aperta dei precari di Poste, che si sono sentiti abbandonati dal sindacato, è un esempio lampante di questa disconnessione. La lettera denuncia: “Abbiamo cercato il dialogo, il confronto, il sostegno di un sindacato che si proclama dalla parte dei lavoratori. Le nostre richieste sono rimaste inascoltate, ignorate. E oggi, leggiamo queste argomentazioni distanti, quasi fredde, che sembrano non tenere conto della nostra realtà, della nostra lotta quotidiana per un lavoro dignitoso.”
Questo disinteresse è un peccato enorme per la CISL, che avrebbe il dovere di tutelare i diritti di tutti i lavoratori, non solo quelli “in regola” o con contratti stabili. Eppure, è proprio in questa lotta quotidiana che si misura la vera forza di un sindacato: nella capacità di ascoltare e rispondere alle necessità di chi è in balia della precarietà. I precari di Poste, infatti, continuano nella loro lettera: “Come possiamo fidarci di un’organizzazione che da un lato ignora le nostre grida d’aiuto e dall’altro ci spiega cosa è meglio per noi, liquidando con sufficienza uno strumento di democrazia quale il referendum?”
La verità è che la CISL ha paura. Paura che i lavoratori tornino protagonisti. Paura che il referendum smascheri anni di compromessi al ribasso, di accordi firmati sulla pelle di chi lavora. Ma la democrazia non si ferma con una circolare o con una conferenza stampa. I lavoratori hanno diritto di scegliere. E il referendum è una scelta di civiltà, un’occasione per dire basta a un sistema che produce solo sfruttamento.
Questo è il momento di rialzare la testa. Di tornare a votare non per nostalgia, ma per dignità. Per dire che un lavoro senza diritti non è lavoro. Per affermare che chi viene licenziato ingiustamente ha diritto a tornare al proprio posto. Per rivendicare contratti stabili, salari giusti, sicurezza nei cantieri. Perché questa non è una battaglia per il passato: è la lotta per il futuro.
La CISL può anche voltarsi dall’altra parte. I lavoratori no.
Alma
