La relatrice ONU accusata di antisemitismo per aver denunciato un genocidio. E Tajani dov’è?
Di fronte a una campagna politica di inaudita aggressività, l’amministrazione statunitense ha ufficialmente sanzionato Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati. La motivazione? Avere svolto il proprio lavoro con integrità, documentando crimini, violazioni del diritto internazionale e gravi abusi umanitari nei confronti del popolo palestinese. Una presa di posizione che ha infastidito chi, oggi, pretende l’impunità in cambio dell’alleanza.
Il pretesto delle sanzioni — un presunto “pregiudizio” contro Stati Uniti e Israele — cela in realtà un messaggio sinistro: chiunque osi sollevare il velo sulle atrocità commesse a Gaza o in Cisgiordania sarà schiacciato con ogni mezzo possibile. Eppure, Francesca Albanese non ha fatto altro che denunciare, con prove e rigore, l’assedio mortale contro una popolazione civile, il bombardamento sistematico di scuole, ospedali e campi profughi, e il continuo soffocamento dei diritti fondamentali dei palestinesi. Ha parlato apertamente di apartheid e di genocidio. Per questo la si vuole zittire.
Il senatore statunitense Marco Rubio, nel suo proclama punitivo, ha definito “inaccettabile” la richiesta di Albanese di indagare sulla responsabilità di leader israeliani e statunitensi davanti alla Corte Penale Internazionale. Ma dal momento che Israele e Stati Uniti non hanno mai aderito allo Statuto di Roma, Rubio considera qualsiasi pressione sulla CPI un’“intromissione nella sovranità”. Una tesi giuridicamente ridicola e moralmente inquietante: la sovranità, in questa visione distorta, diventa il mantello sotto cui nascondere crimini contro l’umanità.
Ancora più preoccupante è l’accusa infamante — e priva di riscontri oggettivi — secondo cui Albanese avrebbe accettato finanziamenti da “gruppi legati ad Hamas”. Un’accusa rilanciata da UN Watch, ong nota per la sua ostilità verso le voci critiche di Israele, che ha costruito un dossier teso a delegittimare la relatrice italiana. Ma dove sono le prove? E dov’è la trasparenza dell’ONU in questa vicenda, che rischia di compromettere la credibilità stessa dell’istituzione?
E l’Italia? Silenzio.
Mentre Francesca Albanese viene attaccata e messa alla gogna per aver compiuto un lavoro scomodo ma essenziale, il governo Meloni tace. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani non ha rilasciato alcuna dichiarazione pubblica a difesa della nostra concittadina. Un’assenza assordante, che suona come una rinuncia a tutelare la dignità, l’autonomia e la libertà di parola di un’italiana che rappresenta l’integrità del diritto internazionale in uno dei contesti più tragici del nostro tempo.
A chiedere conto di questo silenzio è anche il deputato Arturo Scotto, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Lavoro, che in un post su X ha scritto: “È incredibile che il Segretario di Stato USA sanzioni Francesca Albanese soltanto per aver svolto un incarico alle Nazioni Unite in cui ha denunciato i crimini del Governo di Israele sulla popolazione civile palestinese. Cosa fa Tajani per tutelare una cittadina italiana?”
Parole nette, che denunciano il disinteresse delle istituzioni italiane e pongono una domanda semplice ma cruciale: dove sono i nostri rappresentanti quando una cittadina italiana viene attaccata per aver difeso i diritti umani e il diritto internazionale?
Nel frattempo, altre voci in Europa si sono levate per difendere Albanese. L’eurodeputato sloveno Matjaž Nemec ha avviato la procedura per candidarla al Premio Nobel per la Pace 2026, definendola “la prima voce degli orrori inflitti al popolo palestinese, che soffre terrore e disumanizzazione di proporzioni inimmaginabili a Gaza e in Cisgiordania”.
La sua recente visita in Slovenia, con incontri ufficiali con la presidente della Repubblica Nataša Pirc Musar e il premier Robert Golob, conferma il riconoscimento che Albanese riceve all’estero — in netto contrasto con la freddezza istituzionale del suo stesso Paese. La conferenza tenuta a Lubiana e il suo rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio” sono esempi concreti del suo lavoro d’inchiesta e della sua indipendenza intellettuale.
Il governo italiano deve rompere il silenzio.
Non è più accettabile che, nel nome dell’opportunismo geopolitico, si lasci sola una cittadina che rappresenta i valori fondamentali della Repubblica: la giustizia, il rispetto dei diritti umani, il coraggio civile. La libertà di denunciare i crimini di guerra non può diventare un motivo di persecuzione politica. Oggi tocca a Francesca Albanese. Domani potrebbe toccare a chiunque osi dire la verità.
L’Italia non può più permettersi l’ambiguità. Serve una presa di posizione chiara e immediata: Francesca Albanese va difesa immediatamente-
CiCre

