A firmare il provvedimento è il sovrintendente Fortunato Ortombina, che accusa la lavoratrice di aver “tradito la fiducia” e di aver “disobbedito agli ordini di servizio”
Licenziata per una frase. Licenziata per aver gridato ciò che troppi tacciono. “Palestina libera”: è bastata questa semplice espressione di dissenso, pronunciata da una giovane maschera durante l’ingresso della premier Giorgia Meloni nel Palco reale della Scala di Milano, lo scorso 4 maggio, per scatenare la rappresaglia del Teatro. Il verdetto è arrivato: licenziamento immediato. Senza appello. Un gesto che sa di vendetta, di obbedienza cieca al potere politico, di censura servile.
“È arrivato il verdetto ghigliottina della direzione nei confronti della giovane donna del personale di sala”, denuncia in una nota durissima il sindacato Cub Informazione & Spettacolo, che promette battaglia: “Metteremo in campo tutte le azioni sindacali per difendere questa coraggiosa ragazza a cui va la nostra massima solidarietà”.
A firmare il licenziamento è il sovrintendente Fortunato Ortombina, che accusa la lavoratrice di aver “tradito la fiducia” e di aver “disobbedito agli ordini di servizio”. Ma il sindacato replica con parole affilate: “Evidentemente per la direzione la giovane ha detto qualcosa da punire severamente. A noi viene da dire che ha semplicemente dato retta alla sua coscienza”.
La Scala – che dovrebbe rappresentare la libertà della cultura, l’autonomia del pensiero, la forza dell’arte – si è trasformata in un salotto blindato, dove anche un grido pacifico e disperato viene punito come fosse un atto eversivo. “Il Teatro offre la testa della ribelle per compiacere la premier – scrive la Cub – che guida un governo colpevole di un silenzio complice di fronte al genocidio quotidiano a Gaza”.
Il caso della maschera non è un episodio isolato. È il riflesso di un Paese che si chiude, che mette la museruola a chi parla, che militarizza la protesta e reprime il dissenso. “Milioni di giovani nel mondo stanno manifestando per fermare il genocidio in atto a Gaza”, ricorda il sindacato. Eppure in Italia, un semplice “Palestina libera” costa il posto di lavoro.
Anche dalla politica arriva, seppur timida, una voce di indignazione. Il senatore del Movimento 5 Stelle Luca Pirondini, capogruppo in Commissione Cultura al Senato, ha commentato duramente:
“Alla Scala di Milano non c’è spazio per la libertà di parola. Il gesto coraggioso di una lavoratrice – una semplice maschera – che avrebbe gridato “Palestina libera” prima di un concerto, sarebbe stato punito con il licenziamento. Il motivo? Quel grido è arrivato proprio mentre entrava in sala, sul Palco reale, la premier Giorgia Meloni. E allora basta una frase scomoda per far scattare la repressione? Dove siamo finiti? In uno Stato dove chi dissente viene zittito e cacciato?
La decisione rappresenterebbe un attacco frontale alla libertà di espressione e un gesto servile nei confronti del potere politico. “È inaccettabile che un luogo simbolo della cultura si trasformi in un teatro di censura. Chiediamo immediati chiarimenti ai vertici del Teatro e a tutte le istituzioni coinvolte. Chi alza la voce per i diritti umani – per la libertà, per la giustizia – va tutelato, non punito. Solidarietà piena a chi ha avuto il coraggio di non tacere.”
Intanto, al Teatro alla Scala si alza il sipario su un nuovo spettacolo. Non c’è musica, né lirica. C’è solo silenzio. Quello imposto. Quello che resta quando la cultura si inginocchia, quando la libertà viene licenziata e quando il grido di una coscienza viene trasformato in colpa.
Alma

