Washington colpisce Cuba affamando l’isola e usando le sanzioni come arma di guerra
Il sequestro di una petroliera venezuelana in acque internazionali da parte degli Stati Uniti rappresenta l’ennesimo atto di forza di una strategia che da anni mira a soffocare economicamente il Venezuela e, indirettamente, a colpire Cuba. Dietro l’operazione, presentata da Washington come applicazione delle sanzioni, emerge invece un’azione che assume sempre più i contorni di una vera e propria interdizione energetica contro due Paesi sovrani.
Secondo un’inchiesta del New York Times, la nave sequestrata, la Skipper, era parte di un sistema di rifornimento concepito da Caracas per garantire petrolio all’isola caraibica, alle prese con una grave crisi energetica aggravata proprio dall’embargo statunitense. La petroliera era salpata dal Venezuela il 4 dicembre con a bordo quasi due milioni di barili di greggio pesante, come indicano documenti interni della compagnia statale Pdvsa. La destinazione ufficiale era il porto cubano di Matanzas.
Durante la traversata, la Skipper ha trasferito circa 50 mila barili a una seconda nave, la Neptune 6, che ha poi proseguito verso Cuba. Un’operazione parziale e trasparente nei dati di navigazione, rilevata dalla società Kpler, che conferma come almeno una quota del petrolio fosse destinata direttamente all’isola. Il resto del carico avrebbe seguito altre rotte, una pratica ormai necessaria per aggirare un sistema di sanzioni che ostacola qualsiasi commercio regolare.
Un’alleanza storica sotto attacco
Da decenni il petrolio venezuelano rappresenta una risorsa vitale per Cuba. Prima con Hugo Chávez, poi con Nicolás Maduro, Caracas ha garantito forniture energetiche a prezzi agevolati, permettendo all’isola di sostenere il proprio sistema sanitario, sociale ed elettrico. In cambio, Cuba ha inviato in Venezuela migliaia di medici, educatori e tecnici, in un modello di cooperazione solidale che ha sempre infastidito Washington.
Negli ultimi anni, questa alleanza è diventata un bersaglio diretto della politica statunitense nei Caraibi. La crescente pressione militare e diplomatica degli Stati Uniti ha spinto il governo venezuelano a rafforzare i propri apparati di sicurezza, anche grazie al supporto cubano. Un legame che gli Stati Uniti cercano apertamente di spezzare, colpendo il cuore economico dello scambio: l’energia.
Il fatto che parte del petrolio venezuelano venga rivenduto sui mercati internazionali, in particolare alla Cina, non è un’operazione illecita, ma una necessità di sopravvivenza economica per un Paese sottoposto a un blocco finanziario senza precedenti. Quei proventi rappresentano per Cuba una delle poche fonti di valuta forte rimaste dopo anni di strangolamento economico.
Sanzioni come arma politica
Nel mirino di Washington è finito anche Ramón Carretero, imprenditore panamense accusato di facilitare il commercio del petrolio venezuelano. Le sanzioni annunciate dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti rientrano in una strategia più ampia: criminalizzare intermediari, paralizzare la logistica, intimidire chiunque mantenga relazioni economiche con Caracas e L’Avana.
Non si tratta di lotta alla “illegalità”, ma di uso extraterritoriale del potere statunitense, che pretende di decidere chi può commerciare, con chi e a quali condizioni, anche al di fuori dei propri confini.
La denuncia di Cuba
Il governo cubano ha reagito con fermezza. In una nota ufficiale, il Ministero degli Esteri della Repubblica di Cuba ha denunciato le operazioni statunitensi come “atti di pirateria e terrorismo”, sottolineando l’impatto diretto sull’approvvigionamento energetico dell’isola.
Secondo L’Avana, il sequestro della petroliera venezuelana non è un episodio isolato, ma parte di una campagna di massima pressione che colpisce deliberatamente il sistema elettrico nazionale, aggravando blackout e disagi per la popolazione. Una punizione collettiva che viola il diritto internazionale e prende di mira civili inermi.
Energia come campo di battaglia
Il caso della Skipper mostra come il petrolio sia diventato un’arma geopolitica nelle mani degli Stati Uniti. Impedire a Venezuela e Cuba di cooperare significa tentare di piegare governi non allineati attraverso la fame, il buio e la scarsità.
Di fronte a questo scenario, il sequestro della petroliera appare meno come un’azione legale e più come un atto di dominio imperiale, volto a riaffermare il controllo statunitense sui Caraibi e a punire chi osa costruire modelli alternativi di cooperazione e sovranità.
CiCre
