Piacenza, il capobanda dei carabinieri possedeva 23 conti correnti e auto di lusso

L’appuntato, secondo la procura, aveva un tenore di vita non compatibile con i suoi redditi. Si era comprato una villa da 270mila euro

Ha sempre amato il  lusso e non aveva un reddito compatibile con il suo stile di vita, il 37enne appuntato Giuseppe Montella, originario di Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli,  capo della cricca di carabinieri della caserma di Piacenza finita in carcere per reati che vanno dallo spaccio all’estorsione. Oltre ad avere 23 conti correnti, l’appuntato negli anni ha cambiato undici auto, di cui quattro Bmw, una Porsche Cayenne, due Mercedes e 16 moto, vantandosi su Facebook. Gli affari per Montella erano talmente redditizi da permettere l’acquisto di una villa da 270 mila euro a pochi chilometri da Piacenza.  Dall’esame dei conti correnti intestati a Montella, i magistrati potrebbero far luce sui sospetti guadagni della banda che trafficava soprattutto hashish. In alcune intercettazioni, però, si parla di cocaina.  Montella si sentiva intoccabile: “Non mi prenderanno mai, sono un carabiniere”, diceva agli amici. Per i magistrati è un uomo che “non mostra paura di nulla ed è dotato di un carattere particolarmente incline a prendere parte ad azioni pericolose e violente”.  A difenderlo la famiglia. “Mio figlio mi ha detto che  gli amici avevano vinto al Superenalotto. E’ stato tutto ingigantito”, spiega la madre a La Stampa. “E’ un bravo ragazzo preso di mira, si stava anche laureando in giurisprudenza”. Agli arresti domiciliari è finita anche Maria Luisa Cattaneo, la compagna di Montella. E’ accusata di spaccio e di aver collaborato col militare anche nelle fasi di approvvigionamento della droga. La donna, intercettata, parla di soldi e di droga.

Dieci in totale i carabinieri indagati, compreso il comandante della compagnia di Piacenza. I carabinieri finiti in carcere sono: Giuseppe Montella, Salvatore Cappellano, Angelo Esposito, Giacomo Falanga, Daniele Spagnolo. Ai domiciliari il comandante della Levante, maresciallo Marco Orlando. Il maggiore Stefano Bezzeccheri, comandante della compagnia di Piacenza è stato raggiunto dalla misura dell’obbligo di dimora, è accusato solo di abuso d’ufficio. Tutti sono stati sospesi. Nei guai anche un finanziere, Marco Marra, che ha l’obbligo di firma, è accusato di rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio. Angelo Minniti, Giovanni Lenoci e Lorenzo Ferrante, altri tre carabinieri, hanno avuto l’obbligo di firma.  I civili finiti in manette sono: Daniele Giardino, Alex Giardino, Simone Giardino, Matteo Giardino (domiciliari), Gherardi Tiziano, Megid Seniguer, Jamai Masroure Zin El Abidine, Ghormy El Mehedi, Mattia Valente (domiciliari), Clarissa D’Elia (domiciliari), Maria Luisa Cattaneo (domiciliari). 

I militari della Guardia di Finanza e gli agenti della sezione investigativa della Polizia Locale in un’indagine lampo di sei mesi condotta con tecniche informatiche altamente sofisticate, intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamenti portati avanti 24 ore al giorno e coordinata dai sostituti procuratori Antonio Colonna e Matteo Centini, hanno scoperchiato una cricca affaristica criminale composta dalla banda di carabinieri “volta a fare più arresti possibili per risultare – spiegano gli inquirenti –  più bravi degli altri colleghi. Per fare ciò basavano gli arresti, illegali, su circostanze inventate riferite al pm di turno in una sorta di auto esaltazione. Pur di apparire e pur di avere la droga non badavano alle modalità operative, di lì pestaggi, un sequestro di persona e comportamenti definiti da un pusher di fiducia che ha assistito a un’aggressione  “era come essere in Gomorra“. In sostanza approvvigionavano di droga il territorio Piacentino durante il lockdown, mantenevano contatti con spacciatori di alto livello, custodivano la droga che sequestravano ai pusher che non erano sotto la loro protezione e spacciavano poi a loro volta, posto che ne facevano anche uso. Addirittura erano arrivati a fare una staffetta con le auto per scortare un pusher o a compilare un’autocertificazione fasulla in modo tale che l’uomo di fiducia di turno potesse andarsi a rifornire nel Milanese. L’appartenenza al Corpo permetteva agli indagati qualsiasi sopruso, persino intimidire un concessionario per avere un’auto di lusso a prezzo agevolato.

Una condotta mascherata da falsi rapporti inviati al pm di turno, utili a giustificare le misure prese illegalmente, della quale, però, veniva fatto un vanto: “Hai presente Gomorra? È stato uguale e io ci sguazzo in queste cose. Devi vedere gli schiaffoni che gli ha dato!», raccontava uno degli indagati elogiando la violenza del suo sodale. Altri scatti mostrano i militari sfoggiare pose da camorristi, con “ventagli” di denaro contante in bella vista, bottiglie di vino, vestiti firmati. Il tutto condito da festini a base di droga ai quali partecipavano prostitute e transessuali.

I militari sono accusati di spaccio, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali aggravate, peculato, abuso d’ufficio, rivelazione ed uso di segreti d’ufficio, falsità ideologica, perquisizione e ispezioni personali arbitrarie, violenza privata aggravata, truffa ai danni dello Stato.  «Siamo di fronte  – spiega Pradella – a reati impressionanti se si pensa che sono stati commessi da militari dell’Arma dei carabinieri. Si tratta di aspetti molto gravi e incomprensibili agli stessi inquirenti che hanno indagato. Una serie tale di atteggiamenti criminali che ci ha convinto a procedere anche al sequestro della caserma dei carabinieri per futuri accertamenti”. Le fanno eco Colonna e Centini: “Un’indagine dolorosa che ha lasciato una grande amarezza, più si indagava più emergevano dettagli pesantissimi“

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