Nel briefing al Congresso la Difesa americana ridimensiona le motivazioni fornite da Donald Trump per l’offensiva con Israele contro l’Iran
Una ricostruzione emersa dal Pentagono mette in discussione la versione fornita dalla Casa Bianca sull’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Secondo funzionari della Difesa, non vi erano prove di un imminente attacco iraniano contro il territorio americano né indicazioni che i missili di Teheran potessero colpire gli Stati Uniti. Le informazioni, riferite all’agenzia Reuters durante un briefing riservato al Congresso, ridimensionano le motivazioni addotte dal presidente Donald Trump per giustificare l’operazione.
L’offensiva, condotta con Israele e culminata il 28 febbraio con la morte della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, sarebbe stata pianificata da giorni, anche mentre erano in corso colloqui diplomatici in Svizzera. Retroscena pubblicati da Axios parlano di un attacco pronto già dal 21 febbraio, temporaneamente rinviato per ragioni operative. Restano dubbi sul reale peso dei negoziati del 26 febbraio: per alcune fonti sarebbero stati una copertura diplomatica, per altre un tentativo autentico, pur con la convinzione che un rifiuto iraniano avrebbe portato alla guerra.
La frattura tra narrativa politica e valutazioni militari si è manifestata nel corso di un briefing a porte chiuse al Congresso, durato circa novanta minuti, al quale hanno partecipato membri democratici e repubblicani delle commissioni per la Sicurezza Nazionale di Camera e Senato. In quella sede, funzionari del Pentagono avrebbero chiarito che l’intelligence americana non disponeva di elementi concreti su un piano iraniano per colpire direttamente gli Stati Uniti.
Si tratta di un punto cruciale, perché la Casa Bianca aveva sostenuto che l’operazione fosse necessaria per prevenire possibili azioni preventive contro le forze americane dispiegate in Medio Oriente, oltre che per contrastare la minaccia strategica rappresentata da Teheran. Tuttavia, secondo quanto trapelato, le valutazioni tecniche non confermerebbero l’imminenza di un pericolo di tale portata.
Parallelamente, emergono dettagli sulla tempistica dell’attacco. I retroscena firmati dai giornalisti Barak Ravid e Marc Caputo descrivono una macchina militare già pronta all’azione pochi giorni dopo i colloqui diplomatici di Ginevra, giudicati deludenti da Washington. L’ordine sarebbe stato sospeso all’ultimo momento, forse per condizioni meteorologiche sfavorevoli su Teheran o per la necessità di perfezionare il coordinamento tra intelligence statunitense e israeliana.
Resta centrale il nodo dei negoziati del 26 febbraio. Una prima versione sostiene che la prosecuzione dei colloqui in Svizzera servisse a mantenere un’apparenza di dialogo mentre l’opzione militare era già stata decisa. Un’altra interpretazione, invece, indica che il tentativo diplomatico fosse reale, ma accompagnato dalla convinzione, diffusa ai vertici dell’amministrazione Trump, che il mancato accoglimento delle richieste americane avrebbe inevitabilmente innescato il conflitto.
Il risultato è un quadro segnato da ambiguità e tensioni, in cui diplomazia e strategia militare si sono intrecciate fino all’epilogo del 28 febbraio. E ora, oltre alle conseguenze internazionali, si profila anche un possibile scontro politico interno negli Stati Uniti, alimentato dalle discrepanze tra le dichiarazioni presidenziali e le valutazioni degli apparati di difesa.
Alma

