Altro che discriminazione: una messinscena per zittire chi si oppone all’apartheid e al genocidio
Un ristorante napoletano. Una coppia di turisti israeliani. Un telefono puntato in faccia alla titolare. Ed ecco servito, col solito condimento di indignazione a comando, l’ennesimo caso costruito ad arte per gettare fango su chi osa dire la verità: che a Gaza si sta consumando un genocidio sotto gli occhi del mondo.
La Taverna Santa Chiara, locale solidale nel cuore pulsante del centro storico di Napoli, è finita nel mirino della macchina del fango israeliana e del pensiero unico occidentale. La colpa? Aver detto pubblicamente — e con dignità — di essere contro l’apartheid israeliana, contro l’occupazione militare dei territori palestinesi, contro un sistema coloniale che ha fatto oltre 80 mila morti, tra cui migliaia di bambini. Invece di inchinarsi al silenzio complice, Nives Monda ha parlato. E come sempre accade quando la verità fa paura, è partita la gogna.
La farsa social dei “cacciati perché israeliani”
I fatti: due turisti israeliani mangiano regolarmente nel locale. Nessun insulto, nessun cartello con divieti, nessuna discriminazione. Solo, a fine pasto, una conversazione — civile — con altri clienti, durante la quale si glorifica Israele. A quel punto, la titolare del locale spiega pacatamente che la Taverna aderisce alla campagna internazionale Spazi Liberi dall’Apartheid Israeliana e che si oppone, come atto politico e civile, al regime di oppressione in Palestina. Tutto qui.
Ma la coppia israeliana non accetta che qualcuno possa dissentire dalla narrazione imposta. Accusa la ristoratrice di antisemitismo, la filma mentre la aggredisce verbalmente (“Terrorism supporter!”), cercando volutamente lo scontro per poi riversarlo sui social. Monta il caso. Falsifica il contesto. Trasforma la realtà in uno spettacolo lacrimevole, pronto a essere ripreso da giornali e TV senza una verifica, senza un contraddittorio, senza neanche chiedersi perché un ristorante di Napoli dovrebbe odiare un cliente a caso.
I media complici, il fango sistematico
Il video — parziale e decontestualizzato — fa il giro del web. Testate nazionali e internazionali, sempre pronte a gridare “antisemitismo!” come riflesso condizionato, riportano la notizia senza uno straccio di inchiesta. Nives Monda viene crocifissa per aver detto la verità: che a Gaza non si muore per caso, ma per volontà politica. Che chi si oppone all’occupazione non è “contro gli ebrei”, ma contro un sistema criminale fondato sulla discriminazione razziale.
Nel frattempo, nessuno si interroga sul vero nodo: perché ogni volta che qualcuno prende posizione contro l’apartheid israeliana viene sistematicamente attaccato? Perché è più comodo diffamare una ristoratrice napoletana che guardare in faccia il genocidio in corso?
Una trappola nota: costruire la vittima, cancellare la verità
La dinamica è ormai ben conosciuta. Si provoca un incidente, si grida alla discriminazione, si strumentalizza l’accusa di antisemitismo come arma per colpire il dissenso politico. In questo caso, una campagna deliberata di disinformazione ha cercato di distruggere l’immagine di un locale che ha fatto della solidarietà e della coerenza un tratto distintivo.
La Taverna Santa Chiara non è un locale per turisti mordi-e-fuggi. È un luogo resistente, in cui si mescolano cultura, mutualismo e attivismo. Un luogo che ha nutrito senzatetto durante la pandemia, che difende i piccoli produttori e rifiuta il business sul dolore. E sì, che si schiera contro un sistema coloniale che massacra bambini con l’appoggio militare dell’Occidente.
Conclusione: non si può più tacere
Questo caso non riguarda solo un ristorante, ma tutti noi. Riguarda il diritto di dire no all’apartheid, no all’ipocrisia dei media, no alla propaganda che trasforma gli oppressori in vittime e le coscienze libere in nemici da abbattere.
Se la Taverna Santa Chiara è colpevole, è colpevole di coraggio. Di non piegarsi. Di non voler i soldi di chi sostiene il genocidio. In un mondo rovesciato, questa è una colpa da portare con orgoglio.
Ciro Crescentini

