Napoli: “Mio padre morto per Covid contratto in ospedale”

Non si contano le segnalazioni e le denunce di casi di malasanità negli ospedali napoletani. Racconti drammatici. Decessi anomali. Persone trattate come numeri. Pubblichiamo integralmente una nota, la testimonianza di un familiare di un paziente deceduto per cause ancora da chiarire.

Circa un anno che mio padre aveva continuamente problemi di salute. I sintomi si presentavano con evidenza ma la diagnosi era diventata quasi una cosa impossibile da scoprire malgrado tutti i tipi di accertamenti privati a cui si sottoponeva con estrema attenzione e costanza. Tant’è che c’era stato bisogno, considerate le condizioni, di ben 2 ricoveri ospedalieri, tra novembre 2019 e gennaio 2020, al Policlinico prima al Cardarelli poi, passando per  le rispettive terapie intensive dei reparti di cardiologia.

 Si sospettava una miocardite o un’endocardite, insomma un’infezione alla valvola aortica che gli era stata sostituita nel 2012 e che iniziava, a loro insaputa, a scollarsi letteralmente causando grave insufficienza respiratoria sfociata in un edema polmonare, grave insufficienza renale, un’infezione alla colonna vertebrale e una serie di scompensi che scopriranno poi solo prima del decesso in altra struttura ospedaliera.

Di fatto però sia Cardarelli che Policlinico di Napoli risolvono il problema aspirando una cospicua quantità di liquido ad un polmone che impediva la respirazione e ci rimandano a casa dopo circa un mese di ricovero e una situazione che non sembra destare particolare preoccupazione.

Tuttavia,  mio padre riprende la sua vita da febbraio 2020, quella di uomo forte, non ancora 70enne, impegnato h 24 nella sua piccola azienda e con un’incontrastabile voglia di vivere. Certo, con tante patologie (diabete, ipertensione, ecc.) e con tanti dubbi sul suo stato di salute generale che ancora non aveva presentato una diagnosi alle sue problematiche.

Tutto fila liscio fino a fine luglio 2020; qualche giorno prima dei suoi 70 anni ricominciano i problemi. Forte carenza di ferro, insufficienza respiratoria, febbre al mattino e dolori lancinanti alla schiena al punto di dover avere bisogno di aiuto per deambulare. Gli viene consigliata una Pet per capire se si trattasse di un cancro, cosa già paventata nelle esperienze ospedaliere di cui sopra, ma di fatto i valori scongiurano l’eventualità come all’epoca dei fatti precedentemente indicati.

La cosa degenera purtroppo i primi di settembre. Dopo un’ennesima crisi respiratoria mio padre viene ricoverato al Vecchio Pellegrini. Trasportato in ambulanza perché impossibilitato a camminare da solo, da protocollo Covid causa febbre, viene posto nel pre-triage del pronto soccorso in attesa del tampone. Isolato per 2 giorni arriva il primo esito negativo, (ne conteremo 7 totali) e la prima negligenza ospedaliera: anziché andare nel reparto di competenza viene parcheggiato nel pronto soccorso con un viavai continuo di casi covid. Dopo circa 3 giorni in queste condizioni mio padre firma e lascia l’ospedale malgrado le gravi condizioni di salute. Torna a casa terrorizzato dalla possibilità concreta di contrarre il virus.

Purtroppo, però,  dopo qualche giorno a casa peggiora di nuovo e si trova costretto a fare ritorno presso il Pellegrini passando sempre per il pronto soccorso in attesa di un posto nel reparto di ortopedia. O medicina generale o cardiologia. Insomma da quel 14 settembre 2020 ha inizio la tragedia annunciata.

Dopo circa 30 giorni di accertamenti di ogni genere passando anche per una sortita all’ospedale del Mare si manifesta  finalmente una diagnosi. Si tratta di un’infezione alla valvola artificiale (biologica) con progressivo scollamento della stessa. Una dottoressa ci comunica il pericolo di vita imminente con conseguente necessità di un trasferimento urgente al Monaldi, struttura dotata di cardiochirurgia a differenza del Pellegrini. Considerata l’urgenza il trasferimento é previsto per il 19 ottobre. Di fatto avverrà il 23 ottobre (ancora si ignora il motivo del ritardo) dopo il 6 tampone negativo effettuato dall’ospedale vecchio Pellegrini.

In ambulanza dunque mio padre raggiunge il Monaldi in data 23/10 e si sottopone a tampone all’arrivo (il settimo), risultando 24h dopo positivo asintomatico.

La sua operazione d’urgenza al cuore deve essere rimandata causa Covid; viene disposto il trasferimento immediato al Cotugno dove verrà curato malgrado nessun sintomo. Dovrà negativizzarsi per  poi ritornare al Monaldi e sostituire di nuovo la valvola…

Fatto sta che da sabato 24 a sabato 31 ottobre mio padre starà al reparto G2 (terapia sub-intensiva) del Cotugno senza sintomi Covid, senza capire per cosa lo stessero curando, in compagnia di altri ammalati Covid.

L’epilogo di questa storia triste è datato 31/10. Mio padre viene colpito da 2 edemi polmonari a causa del malfunzionamento della valvola cardiaca e intubato nella terapia intensiva G3 (testuali parole della dottoressa che l’ha intubato). Per circa 4 giorni le notizie si manifestano con una telefonata quotidiana di qualche minuto della dottoressa di turno (del reparto  G3 dell’ospedale Cotugno di Napoli) che sembra rispettare un copione scritto.

Mio padre, Pasquale, nato il 2 agosto 1950, morirà il 3 novembre 2020 per un arresto cardiaco sopraggiunto alle 18,30 (testuali parole della dottoressa che me lo ha comunicato). La sua telefonata di morte arriva però intorno alle 21.

Poco credibile come le rassicurazioni sulle procedure per recuperare gli effetti personali. Tutto smarrito o derubato, tranne la fede nuziale con cui mio padre è finito.

Si dice di una persona deceduta: è scomparso!

Ecco, la società incivile che calpesta i diritti umani, oggi fa in modo che le persone a noi care non ricevano assistenza, non abbiamo diritto ad una degna sepoltura tantomeno un funerale e scompaiano letteralmente.

Per la mia famiglia mio padre è finito il 3 novembre ma in realtà è scomparso il 14 settembre. E per una polmonite da Covid (cit. certificato di morte) che non ha mai avuto, per un virus asintomatico contratto in ospedale (vecchio Pellegrini di Napoli), che ha reso impraticabile una urgente operazione di cardiochirurgia.

Cosa rimane di un uomo che ha lavorato onestamente tutta la vita? E che ancora lavorava e aveva voglia di vivere? Nulla. Le sue ceneri. Ed un ricordo che fa male. Perché è morto in solitudine. Senza una carezza senza guardare negli occhi la moglie e i figli per i quali ha rinunciato a tante cose pur di farli studiare e realizzare, non gli ha fatto mancare nulla.

Ti devastano anche i ricordi, ti annientano la dignità, ti fanno capire che non siamo nulla, se non numeri, senza nome e cognome, solo numeri di un bollettino. Se “questo è un uomo”, scriverebbe Primo Levi, ma persone di quello spessore non ce ne sono più, siamo alla barbarie, al transumanesimo. Tutto tristemente incredibile.

LS

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