Minzolini salvato dal Senato, un pericoloso precedente

L’irragionevolezza del voto di Palazzo Madama è enorme se si considera che, alla luce dell’articolo 68 della nostra costituzione, è oggi possibile trarre in arresto un parlamentare in esecuzione di una sentenza di condanna definitiva, senza chiedere alcuna autorizzazione alla Camera di appartenenza. Se dunque è possibile privare della libertà personale il parlamentare quando c’è una sentenza irrevocabile di condanna, non si vede per quale ragione si debba richiedere l’autorizzazione per la decadenza dal mandato parlamentare

Minzolini, il “day after”. Dopo i casi che hanno visto protagonisti, loro malgrado, Silvio Berlusconi,  Luigi de Magistris e  Vincenzo De Luca, la legge Severino torna a far parlare di sé con la vicenda che ha coinvolto il Senatore Augusto Minzolini, condannato in via definitiva per peculato alla pena di due anni e sei mesi e all’interdizione temporanea dai pubblici uffici, per essersi appropriato illegittimamente di circa 65.000 euro tramite l’uso della carta di credito aziendale, quando era direttore del TG1.

La Legge Severino, varata nel 2012, prevede l’incandidabilità alle cariche elettive in caso di condanna penale per reati di particolare gravità; nel caso in cui l’eletto sia già in carica e la sentenza di condanna sopravvenga è prevista la decadenza dal mandato elettivo.

Sin dalle sue prime applicazioni l’incandidabilità è stata oggetto di vivaci scontri e dibattiti, culminati in svariate sentenze della Corte di Cassazione, del Consiglio di Stato e della Corte Costituzionale.

In particolare, l’aspetto che ha destato maggiore dibattito è stato quello della “retroattività” dell’incandidabilità, ossia il fatto che  essa trovasse applicazione anche per condanne penali relative a fatti accaduti prima del 2012, anno in cui era stata introdotta dal legislatore.

 

 

 

Il giudice nazionale, da ultimo la Corte Costituzionale, ha sempre respinto queste censure, ritenendo ammissibile una applicazione “retroattiva”, in quanto non si tratta di sanzioni bensì di requisiti di accesso alle cariche elettive.

Intanto, entro l’anno, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo sarà chiamata a pronunciarsi sul ricorso presentato da Silvio Berlusconi. Nonostante la diversa lettura fornita dal giudice italiano, non è affatto scontato l’esito del ricorso presentato a Strasburgo; la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo accoglie infatti una nozione di irretroattività e di sanzione diversa rispetto a quella nazionale.

Non è dunque da escludere un colpo di scena; ove il ricorso di Silvio Berlusconi venisse accolto dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, l’ex Presidente del Consiglio potrebbe liberamente presentarsi alle prossime elezioni politiche, essendo venuta meno l’incandidabilità.

Tornando al caso del Senatore Augusto Minzolini, esso è identico a quello che ha visto protagonista l’ex Presidente del Consiglio; in entrambi i casi si tratta di condanne per fatti avvenuti prima dell’approvazione della Legge Severino. Il Senatore Minzolini è stato infatti condannato per essersi appropriato illegittimamente di oltre 65.000 euro fra il 2009 ed il 2010, quando era direttore del TG1, mediante l’utilizzo della carta di credito aziendale.

L’epilogo delle due vicende è stato però diametralmente opposto; Silvio Berlusconi è stato fatto decadere da senatore, mentre Augusto Minzolini non è stato fatto decadere, nonostante il parere favorevole alla decadenza espresso dalla Giunta, ampiamente argomentato dalla Senatrice Doris Lo Moro, relatrice del procedimento.

 

 

 

La decisione assunta da Palazzo Madama desta notevoli perplessità, in quanto di fatto disapplica una legge dello Stato, sterilizzando gli effetti di una sentenza emessa dalla magistratura.  Il senato si sarebbe dovuto limitare a prendere atto dell’intervenuta condanna e dichiarare conseguentemente decaduto Augusto Minzolini, non potendo in alcun modo mettere in discussione la decisione assunta dalla magistratura.

La decisione dell’aula di Palazzo Madama rappresenta un  pericoloso precedente per la democrazia, perché mette un singolo senatore al di sopra della legge, sottraendolo ad essa ed al giudizio della magistratura: in un colpo solo si attenta al principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e al principio della separazione fra i poteri dello Stato.

L’irragionevolezza è enorme se si considera che, alla luce dell’articolo 68 della nostra costituzione, è oggi possibile trarre in arresto un parlamentare in esecuzione di una sentenza di condanna definitiva, senza chiedere alcuna autorizzazione alla Camera di appartenenza. Se dunque è possibile privare della libertà personale, bene supremo per eccellenza, il parlamentare quando c’è una sentenza irrevocabile di condanna, non si vede per quale ragione si debba richiedere l’autorizzazione per la decadenza dal mandato parlamentare, che è certamente una conseguenza meno afflittiva rispetto alla privazione della libertà personale.

La decisione del senato potrebbe essere ora contestata esclusivamente innanzi alla Corte Costituzionale, attraverso il conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato, sollevato dalla Corte d’Appello di Roma, competente per l’esecuzione dell’interdizione dai pubblici uffici. Per Minzolini, intanto, la storia non si ripete.

Vincenzo Davide Greco

 

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