Riceviamo e pubblichiamo integralmente
Avevo un amico fascista. Era un ragazzo dolce e per bene, ma covava un odio dentro: il suo stesso sangue. Sua nonna era stata violentata durante la “Liberazione” anglo-americana, contraddizione in termini mai del tutto chiarita: nascosta dalla vergogna, quanto dal conformismo clericale.
Da quella violenza la sua famiglia non è mai uscita, quasi che oltre ad una vittima iniziale, nel corso dei decenni si fossero aggiunte altre vittime. Una spirale d’odio che forgiava il suo ingenuo credo politico: era fascista contro il suo sangue meticcio. Un’identità sospesa, scissa, irrimediabilmente irrintracciabile come quella di tanti figli delle guerre. Così come inchieste Parlamentari della Italia prefascista parlano della pratica dell’incesto, in alcune aree arretrate del paese, come una condizione di massa.
Il corpo della donna, quindi, tra cultura patriarcale e guerre, diventava così bottino: oggetto da prendere e utilizzare a proprio piacimento. Il fine ultimo era la sottomissione, sia essa ottenuta con la violenza, sia con il sopruso della cultura dominante. Schiave: da utilizzare per lavori usuranti, per il piacere a cottimo e per la riproduzione.
Ma oggi? Come ci spieghiamo questa mattanza di quasi una donna al giorno?
Entriamo in un terreno minato, una zona grigia dove ognuno di noi ha paura di dire la verità, perché nel frullatore della società liquida solo la menzogna ci consente di indossare le maschere che ci scegliamo. È l’ultimo effetto del regime di plastica: un’autocensura che mette in mano a ciascuno di noi manganello e olio di ricino per auto punirci. Dentro ogni crimine, del singolo o della collettività, si nascondeva sempre un movente: si ruba un borsellino, per ottenerne il contenuto. Ma che succede se si inizia a non cogliere più la differenza tra rubare un borsellino e no? Persino l’orribile attenuante del “delitto passionale” poggiava il suo tetro senso d’essere su una relazione di causa/effetto: tu mi tradisci e io ti ammazzo. Oggi, invece, leggendo il bollettino di guerra delle tante donne uccise non si vede più questo nesso. Non si capisce il perché.
Il nesso criminale è saltato in ogni ambito del nostro esistere. Si picchia per gioco, si ruba per capriccio e si hanno rapporti umani, di ogni tipo, basati sul consumo e sulla brutalità di ogni rapporto economico.
Una atrocità insita nel vendere/comprare alla quale si aggiunge il fattore x di una malattia psichiatrica collettiva. Città come manicomi abbandonati a loro stessi, ad una bestialità dell’esistere dove si chiede un occhio, anche due, alla presenza di ogni ferocia sociale possibile. Un disprezzo per la vita circolare che, nel caso delle donne, madri o mogli che siano, acquista i toni di un ricatto miserabile, ma spesso sottilissimo.
È la rottura di questo patto di subordinazione, spesso condito dai colori della nevrastenia, che causa “incidenti”, erroneamente definibili raptus. Perché è esattamente il contrario ciò che accade: ai raptus quotidiani ai quali molte donne si sottopongono, accade che una volta non riescano o possano sottoporsi e così il sopruso di massa, diventa singolo fenomeno omicida.
La morte delle Donne non è altro, quindi, che la punta dell’iceberg di rapporti coercitivi. Rapporti in cui la fragilità, intesa come mera forza rispetto al nemico invisibile, determina chi delle due parti soccombe. Uno scontro legittimato dal sentire comune, almeno fino a che non causa la perdita di vite umane e solo allora ci indigniamo o facciamo finta di farlo.
Ci trasformiamo così in “utilizzatori finali” di un cupo bungabunga e, se per motivi più o meno logici, salta il nostro tornaconto, è lo stesso corpo della donna che perde di valore, significato, specificità Umana. “Ha dato uno schiaffo alla maestra: è cosa ci sta di male?” “Ha picchiato la fidanzata: è che vuoi che sia?” “Ha rotto il naso all’amico: sono ragazzi”.
Il grilletto di questi crimini trova il suo senso in una collettiva perdita di Rispetto, di Sobrietà, di Etica. Poi ci fa comodo pensare di non essere noi i carnefici, ma leggiamo le notizie di questo bollettino straziante e non troviamo quasi mai un nesso di logica criminale, di causa/effetto.
Però spessissimo sbattiamo in faccia a tre elementi comuni: degrado, dipendenza, solitudine. Quella “Esclusione, Sofferenza, Guerra” che trasforma il corpo delle donne nella ennesima trincea della contemporaneità, dove la morte è orribile, vero, ma scontata.
Luca Musella
