L’uccisione del generale russo Moskalik arriva nel momento in cui si cercava una soluzione diplomatica tra Russia e Stati Uniti, ma Kiev respinge ogni apertura
Il generale Yaroslav Moskalik, uno degli ufficiali più alti in grado dell’esercito russo, è stato ucciso ieri in un attentato alle porte di Mosca, nel pieno di un fragile tentativo diplomatico tra Russia e Stati Uniti per porre fine alla guerra in Ucraina. Un’esplosione improvvisa, violentissima, ha distrutto un’auto nei pressi di un complesso residenziale a Balashikha, sobborgo orientale della capitale. Il generale non si trovava a bordo, ma era a pochi metri dall’ordigno, imbottito di frammenti metallici, probabilmente azionato a distanza.
Secondo il Comitato investigativo russo, si tratta di un attentato terroristico mirato. Le immagini verificate dal New York Times mostrano una Volkswagen Golf che esplode e viene subito avvolta dalle fiamme, mentre una colonna di fumo nero si alza sopra la città.
Mosca: “Un attacco terroristico orchestrato da Kiev”
La reazione del Cremlino non si è fatta attendere. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato:
“Ci sono motivi per credere che i servizi speciali ucraini siano coinvolti nell’omicidio del generale Moskalik. Si tratta di un attacco terroristico premeditato”.
Zakharova ha poi rincarato la dose, lanciando un messaggio diretto alla comunità internazionale:
“Se l’inchiesta confermerà la pista ucraina, allora ciò dimostrerà ancora una volta la natura barbara e traditrice del regime di Kiev, che punta sull’escalation militare e ignora irresponsabilmente le proposte costruttive per una soluzione pacifica del conflitto”.
Anche il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, ha accusato esplicitamente Kiev:
“Kiev continua a essere coinvolta in attività terroristiche sul territorio russo. L’attentato di oggi è solo l’ultimo episodio in una lunga serie”.
La trattativa che Kiev sabota (con l’appoggio di Londra e Parigi)
Le parole del Cremlino arrivano mentre nella stessa Mosca si svolgeva un colloquio riservato tra Vladimir Putin e Steve Witkoff, inviato personale dell’ex presidente Donald Trump. Un incontro definito “costruttivo”, durante il quale si è parlato — secondo fonti russe — della possibilità di aprire trattative dirette tra Mosca e Kiev.
Ma da Kiev, e soprattutto dai suoi principali sostenitori europei, è arrivato un messaggio chiaro: nessuna apertura. Nessuna pace.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ribadito che la Crimea “appartiene all’Ucraina” e che su questo “non si tratta”. Una linea rossa che contraddice apertamente l’approccio negoziale dell’amministrazione Trump, che punta invece a riconoscere ufficialmente la Crimea come parte della Russia, sottolineando — parole di Trump — che “la Crimea è sempre stata russa, e Zelensky lo capisce”.
La proposta americana prevede anche la revoca delle sanzioni e un riconoscimento di fatto del controllo russo su alcuni territori occupati. Ma l’Ucraina, spalleggiata da Francia, Germania e soprattutto Regno Unito, ha risposto con un secco rifiuto.
I “volenterosi” europei bloccano la pace
Secondo un’inchiesta della Reuters, Londra e Parigi sono tra i principali sponsor dell’approccio ucraino più intransigente. Le capitali europee, pur sotto la minaccia di una nuova escalation, si rifiutano di considerare concessioni, e insistono per ritardare ogni discussione sui territori fino a un cessate il fuoco.
Intanto, il Regno Unito — che finora si era mostrato pronto a inviare migliaia di soldati in Ucraina — ora fa marcia indietro. Secondo il Times, Londra sta riconsiderando l’invio di truppe sul terreno, a causa dei rischi elevati e della mancanza di garanzie da parte americana.
Il grande paradosso
Oggi, il paradosso è lampante: mentre Mosca e Washington (sotto la guida di Trump) cercano un compromesso, sono proprio Kiev e alcune capitali europee a bloccare ogni possibilità di dialogo, alimentando così il conflitto.
In questo contesto, l’attentato di Mosca diventa un simbolo, un messaggio sanguinoso rivolto a chi osa sedersi al tavolo della diplomazia. Se le responsabilità saranno confermate, sarà difficile non leggere questo gesto come un atto deliberato per sabotare la pace.
Ma la domanda rimane aperta, e sempre più urgente: a chi giova davvero questa guerra infinita?
Red

