La rivolta delle commesse: “Eravamo in cassa integrazione ma le aziende ci hanno chiesto di lavorare gratis a carico dello Stato”

Alcune imprenditori, consigliati dai soliti consulenti e commercialisti fanno lavorare i dipendenti senza erogare salari, scaricando tutto sulle casse dell’Inps.

Centinaia di aziende private, tantissime del settore abbigliamento, tessile, edilizia, ristorazione della Campania,  ’emergenza Coronavirus per collocare in cassa integrazione migliaia di persone, scaricando i costi sull’Inps e la collettività.  Eppure, i loro bilanci sono attivi.  Tantissimi lavoratori e lavoratrici  pur lavorando non percepiscono lo stipendio. Le aziende  piuttosto che pagare e segnare la presenza hanno deciso di collocarli la  cassa integrazione, così lo stipendio viene pagato dall’Inps.

E non finisce qui. Ogni giorno alcuni negozi appartenenti a catene nazionali di abbigliamento hanno le saracinesche alzate a metà, le dipendenti “ufficialmente” collocate in cassa integrazione in deroga Covid 19 sono costrette a lavorare gratuitamente. Ogni impresa in Cig-Covid ha risparmiato circa 1.100 euro per dipendente presente in azienda. Tra le imprese più piccole (cig quasi sempre in deroga), l’importo medio risparmiato grazie alla riduzione dell’orario di lavoro è stato pari a 3.900 euro nel bimestre.

Le imprese più grandi del settore dei servizi, che hanno fruito dell’assegno ordinario Covid, hanno risparmiato in media quasi 24 mila euro.

Significative le segnalazioni arrivate al nostro giornale  da alcune commesse napoletane dipendenti di “Camomilla Italia” che preferiscono rimanere anonime per ovvie ragioni: “abbiamo lavorato in media sette ore al giorno anche se da mesi siamo state collocate in cassa integrazione- Fis Fondo integrazione salariale. Abbiamo ricevuto paghe di 50 euro e assegni Cig di meno 400. Assurdo. Quando interviene la Guardia di Finanza per procedere ai controlli?”

Camomilla Italia è di proprietà della CMT – Compagnia Manifatture Tessili Srl, una società che ha la sua sede a Napoli. Si tratta di un brand che opera nel settore della moda fin dal 1974 e che nel dettaglio si occupa di produrre e di vendere capi di abbigliamento, scarpe e borse, oltre che accessori.

La rete di punti vendita dell’azienda è distribuita in tutto il nostro Paese, potendo contare su oltre 230 negozi di Camomilla Italia che sono presenti in tutta la penisola.

Inoltre l’azienda opera anche attraverso la formula del franchising, che ha permesso a molte persone di avviare diversi negozi con questo marchio nel nostro Paese.

E non mancano le truffe. Francesca, commessa di una nota catena di negozi di abbigliamento è stata “ufficialmente” collocata in cassa integrazione Fis, il Fondo di integrazione salariale ma continua a lavorare. “Non potevo rifiutarmi di lavorare, dopo la richiesta diretta di un superiore. L’azienda ci paga per le 20 ore a settimana che dichiara, ma io ne sto lavorando anche 60. Il resto arriva dall’Inps. Da marzo ad oggi avrei dovuto fare la cassa integrazione, ma in realtà ho lavorato tutti i giorni, anche se a stipendio ridotto”. 

Alcune aziende, consigliate dai soliti consulenti del lavoro, hanno deciso di far lavorare i dipendenti senza erogare salari, scaricando tutto sulle casse dell’Inps.  Luigi,  lavora come cuoco in un ristorante nella provincia di Napoli che conta 9 dipendenti, tutti in cassa integrazione da marzo. Ma a maggio, quando l’attività ha riaperto con i soliti orari, la proprietà ha chiesto la proroga della Cassa: “Il nostro datore di lavoro ci paga per le 20 ore a settimana che dichiara, ma io ne sto lavorando anche 60. Il nostro titolare sta sfruttando la cassa integrazione per pagarci di meno. E mi ha addirittura chiesto di non andare in ferie in agosto perché, dice, c’è troppo lavoro, anche se poi non ha soldi per pagarmi regolarmente. Qualcosa non torna”. Il timore di perdere il lavoro in un momento così complicato frena le denunce. Usano soldi pubblici per pagare i lavoratori, è una frode allo Stato che colpisce anche gli imprenditori onesti che retribuiscono correttamente i dipendenti.

Servirebbero ispezioni della Guardia di Finanza, dell’Inps, dei carabinieri del Ministero del Lavoro per attivare controlli incrociati, la verifica del fatturato e delle buste paga. Servirebbero multe salatissime, provvedimenti punitivi esemplari.

Luca Nespoli

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