La paura non può condannarci all’inumanità

Riceviamo e pubblichiamo integralmente

Un buon governo, scriveva Hannah Arendt, non può prescindere dall’autorevolezza dei suoi membri. Se costoro trasmettono insicurezza ai propri cittadini, incertezza sul loro futuro economico e un terrore esistenziale, non possono dirsi politici, perché governano con la violenza psicologica e fisica. La loro iniziativa politica è infatti contraddistinta dall’improvvisazione, se non addirittura dalla totale assenza di logica, il che spinge anche il cittadino più ligio alle leggi dello Stato ad essere restio ad accettare tali regole. Un governo di incompetenti è, in altri termini, incapace di convincere i cittadini della bontà delle proprie azioni, semplicemente perché ciò che è irrazionale, direbbe Hegel, è agli antipodi rispetto al bene comune che da sempre dovrebbe essere la stella polare della politica. Quindi, se non può convincere, impone, ovvero, diventa autoritario. Come? Ricorrendo alla violenza.

  Questa dicotomia tra autorevolezza e autoritarismo, o, come direbbe Platone, tra politica e tirannide, emerge con maggiore evidenza in tempi di crisi, ovvero, in momenti storici come quelli che stiamo vivendo da otto mesi a questa parte. L’emergenza sanitaria, seguita alla diffusione del covid-19, evento inusuale, ma non unico nella storia dell’umanità, anche di quella più recente, ha evidenziato i grandi limiti delle classi dirigenti non solo delle democrazie più giovani del globo, come, ad esempio, le latinoamericane, ma anche di quelle più rodate del cosiddetto primo mondo. Durante questi mesi i governi di quasi tutta Europa, di Gran Bretagna, di Canada, d’Israele, d’Australia, hanno dimostrato e stanno dimostrando di non essere all’altezza di una sfida difficile ma, ripeto, non titanica. Sia chiaro, affermando ciò non sto affatto minimizzando il problema; al contrario, lo sto focalizzando: sto ponendo al centro dell’attenzione la vera causa di questa emergenza, che sicuramente non è il virus in se. E non lo dico io: lo dicono i numeri. Dopo mesi di previsioni catastrofiche la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dovuto ammettere che il numero delle vittime di questo virus, a livello globale, è più o meno quello di una qualsiasi influenza stagionale.

  Per cui, sei il fattore principale di una crisi sanitaria non è il virus, la cui virulenza, come dichiarato da molti esperti, è stata sovrastimata, allora va cercato altrove, magari nella fragilità del sistema sanitario pubblico dei suddetti paesi. Tale inadeguatezza, soprattutto nelle nazioni del Sud Europa, come Italia e Spagna, viene da lontano. Sono decenni che in Europa si predica l’austerità, la quale si traduce sempre nella stessa indigesta ricetta: tagli alla sanità e a tutti gli altri servizi essenziali per i cittadini. A febbraio, gli attuali governi del Vecchio Continente si sono trovati ad affrontare un’emergenza che avrebbero potuto evitare se essi e i loro predecessori non avessero applicate le formule economiche neo-liberiste e suicide imposte da Bruxelles. Ma l’aspetto più inquietante di quest’emergenza è stato il dopo, ovvero, ciò che stiamo subendo da questi inetti politicanti e demagoghi che ci governano.

  Già l’imposizione del lockdown come rimedio contro la propagazione del virus è stata un abominio: una decisione priva di qualsiasi fondamento scientifico che non ha avuto nessun effetto positivo dal punto di vista sanitario ma nefasti sul piano economico, che ha congelato diritti politici che consideravamo inalienabili, che ha distrutto moralmente e psicologicamente una buona parte della popolazione. Il lockdown, insomma, è stata la tipica strategia di governi autoritari, tirannici: una scelta che non ha nulla di autorevole. Ma le loro vessazioni sono andate ben oltre: nell’affrontare la “pandemia” questi cravattari prestati alla politica hanno continuato ad imporci regole assurde e fantascientifiche, suggeritegli da quei marchettari che li coadiuvano nelle loro decisioni, i cosiddetti “comitati scientifici”. Sono mesi infatti che assistiamo alla caccia agli asintomatici, all’obbligo indiscriminato della mascherina, alla chiusura anticipata per ristoranti e bar, alla limitazione delle attività sportive, alla trasformazione delle scuole in lager dove gli studenti non possono nemmeno scambiarsi una penna, figurarsi un abbraccio. E adesso anche il coprifuoco. Si tratta, insomma, di provvedimenti criminali che hanno come unico scopo: quello di terrorizzare i cittadini, di farli vivere in una condizione di perenne paura della morte che li renda incapaci di  ribellarsi a queste governi di inetti che stanno portando alla rovina le economie di intere nazioni.

   Ma la politica è un’altra cosa. Se questi politicanti avessero appreso veramente la lezione, adesso staremmo parlando di assunzioni di nuovo personale sanitario, della costruzione di nuovi ospedali, di scuole, dell’incremento del trasporto pubblico, il tutto finanziato con un’imposta ai grandi capitali e una seria lotta all’evasione fiscale. Invece, dopo otto mesi di “pandemia” ci ritroviamo con eserciti di ipocondriaci, nessun parlamento nel mondo che abbia solo discusso la possibilità di tassare le grandi ricchezze, milioni di nuovi disoccupati e molte delle nostre libertà costituzionali completamente sospese. Al principio di questa triste farsa, questi governi di ciarlatani ci avevano promesso che sarebbe andato tutto bene; dopo quasi un anno si può dire che è andata a finire come qualcuno di noi aveva pronosticato fin dal principio: la “pandemia” si sta rivelando un mega affare per pochi, e una catena perenne per tutti gli altri.

   Eppure, questo processo di trasformazione forzata della società in termini orwelliani è ancora evitabile; ma per fermare questi ducetti in giacca e cravatta bisogna che almeno la maggioranza dei cittadini ritorni a dominare la propria ancestrale paura della morte. Diversamente, saremo condannati ad un futuro disumano, perché, come diceva Huxley: “la paura non distrugge solo l’amore: anche l’intelligenza, la bontà, tutti i pensieri di bellezza e verità; la paura è solo muta disperazione, e, infine, arriva ad espellere l’uomo dall’umanità stessa”.

Antonio Sparano    

Università Buenos Aires               

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