La portavoce Maria Elena Delia: “La Palestina esiste”. E cita le star schierate per i diritti dei palestinesi.
Il prestigio internazionale della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si è teso di un significato politico profondo quando una bandiera palestinese, trasportata da un’imbarcazione della Global Sumud Flotilla partita da Trieste, è approdata al Lido per la sua ottantatreesima edizione. L’iniziativa, promossa in sinergia con collettivi come Venice4Palestine e il Laboratorio Occupato Morion, ha voluto accendere i riflettori su una realtà drammatica che, secondo gli attivisti, i media tendono a edulcorare.
“La gente pensa che a Gaza ci sia un cessate il fuoco, addirittura la pace. Non è così”, ha dichiarato senza esitazioni Maria Elena Delia, portavoce italiana della Flotilla, intervenuta a margine dell’evento. L’azione simbolica nasce anche come risposta polemica al rifiuto opposto dalla Biennale di esporre la bandiera palestinese accanto a quelle ufficiali.
La motivazione istituzionale, espressa dal direttore artistico Alberto Barbera, vincola l’esposizione ai soli vessilli di Stati riconosciuti dal governo italiano. Un paletto burocratico che il movimento contestatore giudica ipocrita, soprattutto alla luce della programmazione cinematografica della stessa Mostra.
Il cartellone di quest’anno, infatti, include opere di forte impatto incentrate sul conflitto. Tra i titoli di punta figurano Naza, un documentario in concorso che dai tetti di Tel Aviv punta l’obiettivo sulle violenze a Gaza, e Citizen Osama, pellicola fuori concorso che segue il drammatico quotidiano di un ex fotografo d’arte trasformatosi in documentarista di guerra, impegnato a mettere in salvo la propria famiglia nel nord della Striscia assediata.
Nel corso del suo intervento, la portavoce ha voluto rivolgere un plauso agli esponenti del mondo dello spettacolo che hanno scelto di esporsi, citando espressamente volti noti del cinema italiano e internazionale come Greta Scarano, Susan Sarandon e Anna Foglietta, lodate per aver trasformato la propria notorietà in un megafono a tutela delle popolazioni colpite. Un’incursione della geopolitica nel tempio della celluloide che ribadisce come il dibattito culturale rifiuti di rimanere confinato alle sole sale di proiezione.
Ciro Crescentini
