Mentre la spesa militare vola al 2% del Pil e le armi diventano la priorità, l’istruzione sprofonda al 4%. Stipendi da fame e aule fatiscenti raccontano chi paga il conto della guerra
Mentre la spesa militare accelera, quella per i cittadini e il loro futuro viene progressivamente lasciata al suo destino. Parlare di semplice “definanziamento” rischia di essere riduttivo: la parola giusta è disinvestimento. Un taglio invisibile ma profondo che svuota le tasche e le menti, abbandona l’edilizia scolastica e mortifica la libertà d’insegnamento e la dignità dei lavoratori.
In un’epoca segnata da tensioni internazionali e venti di guerra, lanciare una battaglia per l’istruzione significa difendere la democrazia alla sua radice. E i numeri, impietosi, raccontano una voragine che si allarga rispetto al resto d’Europa.
I numeri delle priorità: record per la Difesa, fanalino di coda per l’istruzione
I dati ufficiali scattano una fotografia inequivocabile. Secondo il Rapporto annuale Istat 2026, l’Italia ha destinato all’istruzione l’4% del Pil (pari a 88,95 miliardi), a fronte di una media dell’Unione Europea a 27 che si attesta al 4,8%.
Sul fronte opposto, il Rapporto annuale Nato 2025 certifica per l’Italia una spesa per la Difesa pari al 2,01% del Pil (circa 45,3 miliardi di euro), in netta crescita rispetto ai 33,4 miliardi (1,52%) del 2024.
Anche tenendo conto dei diversi perimetri contabili della Nato, il messaggio politico è cristallino: si investe con decisione su ciò a cui si sceglie di dare valore. E la scuola, evidentemente, non rientra tra le priorità strategiche del Paese.
Stipendi da fame e fuga dalla cattedra
Il primo e più visibile effetto di questo disinvestimento si scarica direttamente sulle buste paga dei docenti. Secondo il report Education at a Glance 2025 dell’Ocse, in Italia la retribuzione effettiva degli insegnanti della scuola primaria è inferiore del 33% rispetto a quella dei lavoratori a tempo pieno con titolo di studio terziario (la media Ocse si ferma al -17%). Peggio ancora: tra il 2015 e il 2024, gli stipendi reali dei docenti della primaria sono diminuiti del 4,4%, mentre nella media Ocse sono cresciuti del 14,6%.
Il contratto 2025-2027 ha introdotto un aumento medio di 143 euro lordi al mese. Secondo l’Aran, sommando tre contratti dal 2019, l’incremento strutturale arriva a 412 euro lordi medi mensili.
Se la Flc Cgil ha firmato il nuovo accordo pur definendolo una “prima risposta”, e la Uil Scuola ha chiesto a gran voce la detassazione degli aumenti, la Gilda (con Vito Carlo Castellana) denuncia come i rinnovi siano del tutto insufficienti a colmare il divario con il resto del pubblico impiego.
La fatica di studiare per guadagnare meno del mercato
Diventare insegnante in Italia è una maratona a ostacoli: laurea, abilitazione, concorsi, formazione continua e anni di supplenze precarie con costi di affitto e trasferimenti interamente a carico del lavoratore.
Un docente laureato delle superiori parte da circa 29.800 euro lordi l’anno e, dopo almeno 35 anni di carriera, arriva a circa 46.400 euro (valori Aran 2026).
Nel settore privato, il Salary Outlook 2026 di JobPricing rivela che un lavoratore con laurea magistrale o master guadagna in media 45.416 euro lordi l’anno all’inizio o a metà carriera, con un tetto che sale a 59 mila euro per i quadri e supera i 108 mila per i dirigenti.
Il punto d’arrivo di un professore dopo trent’anni di servizio coincide praticamente con la retribuzione media di un laureato nel privato. Una sperequazione drammatica, particolarmente evidente nelle discipline STEM (matematica, fisica, informatica, ingegneria), dove la scuola parte irrimediabilmente svantaggiata rispetto alle offerte del mercato privato.
Precariato cronico e scuole che cadono a pezzi
La crisi della scuola non è solo questione di stipendi, ma di stabilità e sicurezza. Alla vigilia dell’anno scolastico 2026/2027, il Ministero dell’Istruzione e del Merito (Mim) rivendica 37.430 nuove immissioni in ruolo, ma deve fare i conti con ben 118 mila supplenze, di cui oltre 55.800 sul sostegno.
Dal Comitato Precari Uniti per la Scuola denunciano un sistema caotico, fatto di concorsi continui, graduatorie ballerine e corsi abilitanti costosi che costringono i docenti a dimostrare ripetutamente competenze già ampiamente collaudate sul campo. “Anni di incertezza e regole continuamente modificate tengono migliaia di professionisti nel limbo. Serve un reclutamento stabile e trasparente che unisca merito, esperienza e continuità didattica.”
Infine, ci sono i muri. Secondo il dossier Ecosistema Scuola 2025 di Legambiente, su oltre 7.000 edifici scolastici nei capoluoghi: soltanto il 47% disponeva del certificato di agibilità nel 2024. Solo il 31,2% ha beneficiato di indagini diagnostiche sui solai negli ultimi cinque anni. Appena il 10,9% ha visto interventi di messa in sicurezza. Gli stanziamenti medi per la manutenzione straordinaria sono precipitati a soli 39.648 euro per edificio.
Un’unica battaglia per il futuro
Stipendi inadeguati, precarietà endemica, edifici insicuri e spese militari record non sono problemi slegati tra loro: sono le facce speculari della stessa medaglia. Scegliere di disinvestire nell’istruzione significa rinunciare a coltivare il pensiero critico, la libertà d’insegnamento e la dignità sociale.
In tempi di guerra e tensioni globali, rimettere la scuola al centro dell’agenda politica e finanziaria del Paese non è soltanto una questione di bilancio: è il primo, vero atto di pace che un Paese possa compiere per il proprio domani.
Ciro Crescentini
