La Napoli che non c’è!

Riceviamo e pubblichiamo

Che a Napoli vi fosse una pandemia sociale lo sapevamo da tempo, i dati sull’aumento al ricorso all’usura lo dimostrano, ma che tutto questo potesse trasformarsi in guerriglia urbana  dove giornalisti e forze dell’ordine vengono vessati, era forse un’idea lontana.

Ieri sera, a Palazzo Giusso, migliaia di cittadini hanno riversato la loro rabbia contro l’dea di un secondo lockdown, trasformandola in una sorta di film dell’orrore, dove tutti scappano e fanno prevalere i peggiori istinti  animaleschi.

Tutto questo avveniva sotto gli occhi silenti del Sindaco, rifugiatosi all’interno di uno dei soliti salotti televisivi, lasciando Napoli in mano ai neofascisti.

Napoli nei momenti difficili ha sempre saputo tirare fuori una forza esemplare, attraverso un gioco di squadra fra cittadini, mostrando a tutti il coraggio e l’amore verso il Paese; fu così per le quattro giornate, durante l’epidemia di colera e nel primo lockdown.

Che i motivi della protesta di ieri fossero validi, su questo non ci piove, perché sarebbero tante le famiglie che finirebbero in mezzo alla strada se realmente vi fosse un secondo Lockdown. Probabilmente De Luca dovrebbe interrogarsi su questo, ovvero sul come mettere a punto un sistema di protezione sociale che funzioni e supporti chi è a rischio, cercando di non lasciare soli gli anziani e i poveri, che nella prima ondata sono stati totalmente dimenticati.

Occorre trovare delle misure di supporto al reddito o comunque delle sovvenzioni che aiutino le famiglie a fronteggiare il momento critico, penso ad esempio alla mutabilità dei tamponi effettuati tramite privati o allo sgravio fiscale del costo dei libri, tutto questo accompagnato  da un politica di supporto ai piccolo e medi commercianti che, attraverso un secondo lockdown, rischiano di chiudere, lasciando per strada tanti dipendenti con famiglia a carico.

Queste soluzioni si sarebbero trovate se e solo se alla violenza si fosse preferito il dialogo, unico punto cardine della politica e della protesta che diventa proposta.

La storia insegna che quando una rivoluzione è violenta, non essendo mossa da alcun moto culturale, è destinata a fallire, aggravando lo status quo ante bellum.

Le rivoluzioni devono guidate da moti culturali, ovvero dalla concezione di far prendere coscienza alla comunità che sussiste un problema e quest’ultimo riguarda tutti, attraverso l’utilizzo spasmodico della violenza, aizzando i cittadino contro le istituzioni, non facciamo altro che generare anarchia, dove gli egoismi prevalgono sui solidarismi. Ieri sera, avremmo dovuto assistere ad una manifestazione pacifica, rispettosa delle norme anti contagio, che avrebbe sicuramente dimostrato il dissenso, ottenendo anche una risposta diplomatica; invece abbiamo dovuto vedere la nostra città messa a ferro e fuoco dai neofascisti, animati solo dalla voglia di distruggere.

E’ opportuno riscoprire le parole del Presidente Carlo Azeglio Ciampi “ogni critica alle istituzioni è legittima, perché sia mossa dall’affetto e dalla volontà di migliorarle”. La differenza fra una rivoluzione e una guerriglia urbana, è che la prima mira a portare una cambiato sociale, un’innovazione cultuale al mondo, la seconda solo a distruggere per poi lasciare la ricostruzione ad altri.    

Francesco Miragliuolo

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