Il bombardamento, avvenuto nel tardo pomeriggio, ha fatto irruzione in diretta televisiva proprio mentre Emami stava parlando degli attacchi israeliani su Gaza. Le immagini sono sconcertanti: detriti che cadono, blocchi di cemento che si staccano dal soffitto, fumo, panico.
Un attacco aereo israeliano ha colpito in pieno la sede centrale della Radiotelevisione della Repubblica Islamica dell’Iran (IRIB), nel cuore della capitale, interrompendo le trasmissioni e causando morti e feriti. Ma tra le macerie, il volto della resistenza si chiama Sahar Emami, giornalista che – sotto le bombe – non ha abbandonato il suo microfono. Un simbolo vivente di coraggio in un mondo dove la libertà d’informazione è sempre più sotto attacco armato.
Il bombardamento, avvenuto nel tardo pomeriggio, ha fatto irruzione in diretta televisiva proprio mentre Emami stava parlando degli attacchi israeliani su Gaza. Le immagini sono sconcertanti: detriti che cadono, blocchi di cemento che si staccano dal soffitto, fumo, panico. Si sente un’esplosione, poi urla, e infine lo schermo diventa nero. Ma pochi minuti dopo, miracolosamente, Sahar Emami riappare in onda, visibilmente provata, ma determinata: “Quello che avete visto è un crimine palese del regime sionista. Le nostre forze armate, risolute, continuano a percorrere la strada del nostro popolo innocente”.
Attacco terroristico contro l’informazione: morti tra i dipendenti IRIB
Secondo quanto riferito dall’agenzia statale Irna, oltre agli studi principali, sono stati colpiti anche altri edifici della IRIB. Le trasmissioni sono state interrotte per alcuni secondi su diversi canali nazionali e radio. L’ufficio relazioni pubbliche ha confermato diversi morti tra i lavoratori dell’emittente, definendo l’attacco come un’aggressione pianificata contro la libertà d’informazione e la sovranità nazionale.

Sahar Emami: la leonessa dell’informazione sotto le bombe
In un Paese sotto assedio mediatico e diplomatico, il coraggio di Sahar Emami ha assunto una dimensione epica. Con il capo coperto dal tradizionale velo, in una scena che sembrava uscita da un film di guerra, ha dimostrato cosa significhi essere giornalista in tempo di guerra. Non ha lasciato la sua postazione fino all’ultimo secondo, fino a quando le esplosioni non hanno reso impossibile la permanenza nello studio.
Ritornare in onda pochi minuti dopo, tra fumo e macerie, è stato un gesto che ha superato l’informazione per entrare nel terreno della resistenza civile e morale. Una leonessa, come l’hanno definita migliaia di utenti sui social iraniani, ma anche un simbolo globale di chi rifiuta di essere messo a tacere.
Reazioni politiche: “Israele può tutto perché è il braccio armato dell’Occidente”
In Italia, è intervenuto duramente Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista, che ha dichiarato:
“L’attacco alla sede della tv iraniana è un atto gravissimo di terrorismo. Israele continua a bombardare giornalisti come ha già fatto a Gaza. Siamo di fronte a un crimine di guerra che sarebbe esecrato se commesso dalla Russia, ma Israele può tutto perché è il braccio armato dell’Occidente che complice lo copre, arma e giustifica”.
Acerbo ha accusato il governo italiano e gli alleati NATO di complicità con i crimini del governo Netanyahu, e ha rilanciato l’appello alla mobilitazione per la manifestazione nazionale del 21 giugno a Roma contro il riarmo e il genocidio in corso a Gaza.
Israele colpisce la stampa: un nuovo fronte nella guerra dell’informazione
Colpire un’emittente nazionale, trasformare una tv pubblica in bersaglio militare, non è solo un atto di guerra: è un atto di censura armata, una forma estrema di terrorismo mediatico. L’obiettivo è chiaro: zittire le voci scomode, soffocare ogni narrazione alternativa, spegnere le telecamere che mostrano l’altro volto del conflitto.
Ma oggi, grazie al coraggio di Sahar Emami e dei giornalisti dell’IRIB, quel tentativo è fallito. L’informazione iraniana è ancora viva. E lo è anche grazie a una donna che, davanti al terrore, ha scelto di non tacere.
Ciro Crescentini

