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«Il nemico è il capitalismo»: intervista a Marco Coppola, Partito dei CARC

Redazione by Redazione
19 Luglio 2025
in Attualità, Economia e Società, Napoli, Notizie correlate
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Parla il dirigente comunista: no ai governi borghesi, sì all’azione diretta e alla costruzione di potere operaio

In un contesto internazionale segnato da conflitti crescenti, riarmo generalizzato e uno scenario politico interno sempre più orientato alla militarizzazione e al taglio dei diritti sociali, Il Desk ha intervistato Marco Coppola, reggente della segreteria federale campana del Partito dei CARC (Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo).

Dalla guerra in Ucraina al genocidio in Palestina, passando per l’allineamento dell’Italia agli interessi di NATO e Stati Uniti, Coppola traccia una lettura radicale e di rottura del presente, proponendo come unica via d’uscita un processo rivoluzionario guidato dalla classe operaia e dalle masse popolari.

Nell’intervista si affrontano anche i temi della crisi della rappresentanza politica e sindacale, del fallimento dei referendum sul lavoro, della precarietà diffusa e del ruolo delle lotte territoriali, in particolare in vista delle elezioni regionali in Campania.

Una riflessione che, tra critica dura al governo Meloni e appello alla mobilitazione popolare, si propone di rilanciare il progetto comunista in un Paese attraversato da disillusione, ma anche da segnali di resistenza sociale.

Marco Coppola

Molti osservatori denunciano un crescente clima di guerra su scala globale, con la NATO sempre più protagonista e il conflitto in Ucraina che non accenna a finire. Qual è la posizione di un militante e dirigente comunista del Partito dei Carc di fronte a questo scenario internazionale?

Innanzitutto c’è da dire che per la borghesia imperialista la guerra mondiale è lo sbocco naturale della crisi generale del capitalismo. La guerra non è eludibile, né scongiurabile fino a quando rimarremo all’interno del capitalismo.

In Ucraina la Nato ha perso da mesi la guerra e il principale problema che ha oggi è di tirarsene fuori. Anche la linea di Trump di gestire la sconfitta trovando un accordo con la Federazione Russa, facendo le scarpe a Ue e Gran Bretagna, è fallita miseramente. Ora mentre Usa, Germania, Francia e Gran Bretagna litigano per la spartizione e ricostruzione dell’Ucraina, sul campo di battaglia le forze russe continuano ad avanzare e si va rapidamente verso il punto in cui la sconfitta della Nato si trasformerà in una completa disfatta.

Una situazione simile è quella che vediamo in Medioriente dove quasi tre anni di bombardamenti a Gaza non hanno fermato le organizzazioni politico militari che dirigono la resistenza del popolo palestinese. In quel caso ogni estensione del conflitto in Yemen, Libano, Siria o Iran, non fa altro che indebolire il fronte interno israeliano ormai sull’orlo di una guerra civile e non fa altro che screditare i governi dei principali paesi imperialisti del mondo complici del genocidio.

In un tale scenario l’unica alternativa e l’unica forza capace di fermare la terza guerra mondiale è la resistenza delle masse popolari e dei popoli oppressi dal capitalismo. Milioni di persone in tutto il mondo si stanno mobilitando per fermare la guerra, il genocidio in Palestina, la corsa al riarmo e la militarizzazione della società. Una riscossa che avanza e che per fermare effettivamente la guerra deve fermare il sistema capitalista.

Da questo punto di vista l’unica alternativa alla guerra imperialista è la rivoluzione socialista. O la rivoluzione socialista sventerà l’ulteriore sviluppo della Terza guerra mondiale oppure la guerra imperialista favorirà le condizioni per la rivoluzione socialista. In questo senso il contrario di guerra imperialista non è pace, ma rivoluzione socialista. Per avere la pace serve la rivoluzione.

Come valuti l’attuale politica estera italiana, in particolare l’allineamento quasi totale del governo Meloni agli interessi statunitensi e atlantisti? Che ruolo dovrebbe invece avere l’Italia, secondo una prospettiva comunista, nello scacchiere geopolitico globale?

Il governo Meloni è dentro fino al collo nelle operazioni criminali condotte dagli imperialisti Usa e dai sionisti e non perde occasione per dimostrare la sottomissione dell’Italia. Non solo “a parole” ma anche con i fatti: il Muos in Sicilia è pienamente operativo nel sostegno all’aviazione sionista, le basi di Sigonella e Aviano sono retroterra delle manovre Usa e anche le basi americane e Nato di stanza a Napoli sono centrali operative delle operazioni nel Mediterraneo.

Più che un governo di lavapiedi di Washington, Bruxelles e Tel Aviv nel nostro paese serve un governo di resistenza, un governo partigiano che metta al centro della sua azione gli interessi collettivi e la pace. Un governo che interrompa ogni accordo militare, diplomatico e commerciale con Israele. Che renda pubblici gli accordi segreti con gli Usa, con la Ue, con i sionisti, con il Vaticano e le organizzazioni criminali e che sia disposto a cancellarli.

Un governo che sostenga economicamente, politicamente e militarmente la resistenza palestinese. Che applichi su larga scala l’articolo 11 della Costituzione italiana “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Un governo che impedisca il coordinamento e il coinvolgimento italiano nelle operazioni militari in corso contro il Donbass e Gaza e che agisca subito per interrompere l’occupazione militare Usa e sionista del nostro paese.

Un simile governo per noi non può che nascere su spinta e irruzione di comitati, reti, coordinamenti, organizzazioni politiche, sindacali e popolari intenzionate a farla finita con questo stato di cose. Un governo che dobbiamo imporre con la lotta e che sarà composto da esponenti autorevoli di questo movimento. Un governo di emergenza popolare.

Il governo Meloni si presenta come portatore di ordine, valori tradizionali e crescita economica. Come giudica finora l’operato dell’esecutivo, soprattutto in relazione ai diritti sociali, al lavoro e alle libertà democratiche?

Al di là di quello che dice il governo Meloni per le masse popolari non ha da offrire altro che fame e manganelli.

Basta pensare ai tentativi di attuare il decreto sicurezza nelle piazze e nelle carceri (ci sono già state quattro rivolte dalla sua entrata in vigore) allo smantellamento dell’apparato produttivo (dalla Beko alla Magneti Marelli, dalla ex Ilva a Stellantis), dalle speculazioni che continuano a devastare l’ambiente e i territori alla precarietà e alla povertà sempre più diffuse.

Ultima scena di questo film è stato il vertice Nato a L’Aja, dove Giorgia Meloni ha firmato per l’aumento delle spese militari al 5% del Pil entro i prossimi dieci anni. Una vera e propria dichiarazione di guerra contro tutti i lavoratori e le masse popolari. Una dichiarazione di guerra che si tradurrà velocemente, già dalla prossima legge di bilancio, nell’accelerazione dello smantellamento dei servizi pubblici, nei tagli alle pensioni, nello smantellamento della sanità e dell’istruzione pubbliche, ecc. In sostanza Meloni ha firmato l’accordo per saccheggiare il paese e spolpare più a fondo le masse popolari proprio a ridosso del picco, uno dei picchi, della mobilitazione popolare contro la guerra, l’economia di guerra e il riarmo nel nostro paese.

Ogni secondo in più in cui il governo Meloni sarà in carica nulla di buono potrà venir fuori per le classi popolari e la maggioranza della popolazione. La parola d’ordine è quindi una sola: cacciarlo!

La destra al governo sembra voler riscrivere l’identità nazionale attorno a una visione conservatrice, nazionalista e autoritaria. Qual è la risposta a questo tipo di egemonia culturale?

Le parole vuote di Meloni e dei suoi sono credibili quanto una chiacchiera tra due ubriachi al bar. La sovranista di ferro nel giro di un valzer si è sottomessa ai diktat degli Usa, senza distinzioni tra Biden o Trump. La paladina dei piccoli imprenditori si è rimangiata in un secondo il taglio sulle accise sulla benzina e altre decine di promesse fatte in campagna elettorale. La madre bianca e cristiana ha chiuso più di un occhio sull’accusa di stupro al figlio del ministro La Russa.

L’unica carta che Meloni e compagnia hanno da giocare è quella di mettere masse contro masse in una guerra tra poveri che devono vincere i ricchi. Emergenza sicurezza, emergenza criminalità, allarme per le bande di adolescenti fuori controllo, furti, rapine, violenze e molestie sessuali, inciviltà, illegalità e degrado, questo è ciò che anche l’informazione compiacente somministra a colazione, a pranzo e a cena.

Tutte questioni che diventano uno strumento di diversione dalla lotta di classe finché i comunisti non le inquadrano e le trattano come un fronte della lotta di classe. Ma nonostante la propaganda l’esperienza pratica dei proletari rimane quella per cui a pignorare le case, a sfrattare le famiglie che non riescono a pagare l’affitto e a buttarle in mezzo alla strada sono le banche, le finanziarie e le grandi immobiliari – fra cui il Vaticano – con l’uso della forza pubblica di polizia e carabinieri. Non altri proletari, sottoproletari o immigrati.

Noi comunisti dobbiamo far leva su tutto questo. Noi non ci preoccupiamo di sedare la rabbia distruttiva delle masse, di preservare la “tenuta sociale” del paese (che non è altro che unità tra oppressi e oppressori) come propongono il PD e le organizzazioni della sinistra borghese che gli vanno appresso. Noi sappiamo che la parola d’ordine in ogni luogo di lavoro, in ogni quartiere e città è ribaltare la mobilitazione reazionaria e indirizzare quella rabbia verso i reali nemici delle masse popolari. E la lotta principale è quella per un lavoro utile e dignitoso per tutti. Questo è l’aspetto attorno al quale costruire un nuovo modo di vedere la società, una diversa cultura e ribaltare la retorica e la propaganda dei reazionari. Per questo ogni lotta sui luoghi di lavoro, contro licenziamenti, chiusure, cassintegrazione e ogni lotta per strappare il diritto al lavoro è per noi centrale e da sostenere senza riserve. Questo perché non riguarda solo diritti ed emancipazione dei proletari ma un pezzo della lotta per cacciare il governo Meloni e tutti i reazionari.

Il recente referendum promosso dalla CGIL su salario minimo, appalti e licenziamenti non ha raggiunto il quorum. Secondo te, è stata una sconfitta per il movimento dei lavoratori? O piuttosto una fotografia di una crisi più profonda della rappresentanza sindacale e politica?

Lasconfitta dei referendum è stata un passaggio obbligato per il movimento operaio e popolare. Le condizioni per vincere sul terreno elettorale esistevano, ma erano sfavorevoli, a partire dal fatto che gli stessi promotori dei referendum, vertici della Cgil in testa, si sono ben guardati dal promuovere la mobilitazione necessaria per vincere e hanno lasciato trasparire chiaramente che la vittoria sarebbe stata un problema meno gestibile della sconfitta.

Su questo ha pesato sicuramente il legame tossico dei vertici della Cgil con il Pd. Ma a leggere i risultati referendari, laddove era più forte una corrente della Cgil più legata ai lavoratori i risultati sono stati positivi sia come esito elettorale ma soprattutto come attivismo e vivacità nel promuovere la campagna. L’insegnamento da tirare, quindi, è che la parte della Cgil più vicina ai lavoratori e più decisa a cambiare il paese deve dare battaglia e porsi come punto di riferimento per l’affermazione degli interessi di tutte le masse popolari dentro e fuori dalle aziende, anche laddove la testa non si muove, nicchia o lancia campagne a cui poi non dà seguito.

Insegnamento simile deve valere per i sindacati di base e di classe. Diversi tra questi si sono espressi a favore del voto ma non hanno preso in mano la battaglia con convinzione, restando a guardare cosa avrebbe fatto la Cgil. Si è trattato di un’occasione persa sia per spingere in avanti il movimento operaio che per conquistare autorevolezza tra tutti quei lavoratori che si sono mobilitati in questa campagna e i milioni di votanti che si sono recati alle urne nonostante lo scarso investimento fatto dagli stessi promotori.

Ad ogni modo più che la crisi della rappresentanza queste occasioni dimostrano che non c’è più spazio per la delega in bianco a quelle forze sindacali e politiche verso le quali le masse popolari hanno da tempo perso la fiducia. Emblematico il fatto che le misure prese di mira dal Referendum siano state varate proprio dal PD e dal centrosinistra, non sono state cancellate dai governi M5S e siano state confermate anche dai governi di centrodestra. In questa gente e in questi vertici sindacali sottomessi alla borghesia le masse popolari non hanno più fiducia. Quindi sì c’è una crisi di rappresentanza politica e sindacale ma per la borghesia che non riesce più attraverso il voto, i suoi uomini e le sue liturgie a dare un paravento di consenso popolare alle politiche antisociali e antipopolari.

Come interpreti l’astensionismo di massa nei confronti di uno strumento teoricamente “popolare” come il referendum? Cosa bisognerebbe fare per ricostruire un rapporto reale con la classe lavoratrice?

Non andare a votare è stata una risposta arretrata, nel senso che non è stata colta l’occasione di dare una sonora bastonata al governo Meloni e ai promotori del referendum che avrebbero avuto più problemi a gestire la vittoria che la sconfitta. Ma in definitiva sia coloro che sono andati a votare, sia coloro che a votare non ci sono andati, hanno espresso la stessa necessità. Chi ha votato si è espresso contemporaneamente contro misure prese dal PD (vedi il jobs act) e contro il governo Meloni, chi non ha votato ha espresso la sua sfiducia, apatia e protesta contro le larghe intese e il loro sistema.

Rispetto alla costruzione del rapporto con la classe lavoratrice, l’aspetto principale è quello di alimentare nei lavoratori la fiducia di essere capaci di conoscere la verità, di cambiare il mondo e costruirne uno su misura dei loro bisogni, delle loro migliori aspirazioni e dei loro migliori sentimenti. Ci sono già decine di esempi nel nostro paese che dimostrano che quando la classe operaia scende in campo trascina con sé anche il resto della società. Basti pensare al collettivo di fabbrica della ex GKN di Firenze, ai collettivi dei portuali di Genova e Livorno, alle recenti lotte della Trasnova di Pomigliano, della Metro di Pozzuoli e dalle tante mobilitazioni simili diffuse da nord a sud del paese. Per non parlare delle centinaia di migliaia di lavoratori attivi nelle mobilitazioni per la Palestina, contro la guerra e il riarmo del nostro paese.

È vero la borghesia è riuscita con la sua opera, approfittando della debolezza del movimento comunista, a seminare sfiducia e rassegnazione ma queste esperienze dimostrano che la brace cova sotto la cenere. Noi comunisti siamo vivi, milioni di lavoratori conservano quella fiducia. E gli altri, quelli in cui quella fiducia è stata soffocata, hanno bisogno che il nostro contagio la rianimi, perché è l’unico modo in cui possono uscire dal marasma e dall’incubo in cui la borghesia li ha cacciati e ogni giorno di più li affonda.

La crisi del capitalismo e la guerra che produce pongono continuamente le condizioni perché la classe operaia e i comunisti alzino il livello della lotta, dell’organizzazione e della conquista del potere politico. A noi comunisti e alla parte più cosciente e organizzata della classe operaia il compito di portare fino in fondo questa lotta. Per fare questo il Partito dei Carc ogni mese, con ogni sua sezione interviene davanti ai principali stabilimenti del paese o dei territori in cui è radicato, partecipa alle mobilitazioni della classe lavoratrice e chiama al protagonismo e alla partecipazione ogni lavoratore intenzionato a mobilitarsi e organizzarsi per cui siamo a completa disposizione.

Guardando alle prossime elezioni regionali in Campania, quali sono secondo te le priorità che un governo locale alternativo dovrebbe mettere al centro della propria proposta politica?

La principale misura è quella del lavoro. Noi vediamo aziende che chiudono, il fenomeno dei lavoratori poveri, la disoccupazione che cresce e altri effetti della crisi. Eppure in ogni territorio della nostra regione c’è un sacco di lavoro da fare.

C’è bisogno del lavoro di tutti per far funzionare le scuole, gli ospedali e gli altri servizi pubblici cronicamente sotto organico, per rimettere e mantenere in sicurezza il territorio, per sviluppare la ricerca e/o l’applicazione di nuove energie pulite, per tenere aperte le aziende che i capitalisti chiudono o delocalizzano, per riconvertire ad altre produzioni quelle inutili o dannose e per recuperare gli stabili in disuso e i quartieri degradati delle grandi città. Il lavoro utile e dignitoso è la base di ogni percorso realistico di rinascita economica, ambientale, intellettuale e morale del nostro territorio e dell’intero paese, di ogni percorso realistico di uscita dalla crisi generale del capitalismo.

L’obiezione più diffusa è che non ci sono i soldi per prendere misure del genere ma questo è falso. Il punto è andare a prendere i soldi dove sono e metterli al servizio dell’interesse collettivo. È una questione di volontà politica e di rottura con i poteri costituiti del nostro territorio. La Campania è piena di soldi. Sono pieni di soldi e strutture i camorristi, sono piene di soldi e strutture le curie senza pagare un euro in tasse, sono pieni di soldi i grandi capitalisti ed evasori, le banche e le società speculative e finanziarie che insistono sul nostro territorio. Un governo alternativo deve porsi in lotta con tutto questo e finalizzare ogni risorsa del territorio per applicare la misura “un lavoro utile e dignitoso per tutti”.

Oltre al lavoro una questione che oggi ricopre notevole importanza è quella della sospensione di ogni accordo politico, diplomatico e commerciale con Israele e di boicottare il coinvolgimento del nostro territorio e paese nella terza guerra mondiale. Questo vuol dire non solo fare dichiarazioni indignate o commosse rispetto a quanto avviene a Gaza come l’attuale governatore sta facendo in tv nelle ultime settimane. Questo vuol dire adottare misure come il divieto di far circolare armi nei nostri porti, l’adozione di delibere che garantiscono l’obiezione di coscienza di quei lavoratori coinvolti nel mercato e nel trasporto di armi, la diffusione in ogni casa campana della campagna di boicottaggio dei prodotti e delle aziende che finanziano Israele e altre misure simili. In definitiva le chiacchiere non servono.

Un governo alternativo della Campania deve assumere misure concrete. Misure che tra l’altro proprio De Luca potrebbe prendere immediatamente per dare seguito alle sue dichiarazioni e il fatto che ancora non abbia fatto nulla la dice lunga sul contenuto delle sue posizioni.

C’è spazio reale per una proposta comunista in Campania oggi, tra clientelismo, disillusione e crisi sociale? Quali sono le condizioni per ricostruire un radicamento nei territori e nelle lotte?

Innanzitutto una premessa. Il principale limite in vista delle prossime elezioni in Campania, ma non solo, è l’assenza di un dibattito tra le forze politiche, sociali e popolari su come sfruttare queste elezioni. Un limite dovuto ad arretratezze di settarismo, concorrenza e minoritarismo che impediscono di alzare lo sguardo e combattere più efficacemente i nostri nemici. Restando sul tema delle regionali nei prossimi mesi per noi l’aspetto principale è fare fronte comune e organizzare l’irruzione in questa campagna. Serve realizzare iniziative che rafforzano il movimento di resistenza sociale e alimentano collaborazione e unità d’azione tra le varie organizzazioni.

Dobbiamo fare della “liturgia elettorale” (comizi, dibattiti, banchetti, passerelle) un campo minato per i partiti e i candidati delle larghe intese. Manca allo stato attuale una lista alternativa composta da più organizzazioni e che a un programma radicale faccia seguire azioni radicali per la sua attuazione immediata. Ma non è una questione solo di liste. L’irruzione si può fare anche portando sistematicamente la voce degli operai e dei proletari nei comizi e nelle messe cantate che saranno organizzate per chiedere i voti. Si può fare facendo pressione con la mobilitazione perché qui ed ora Regione e comuni assumano le misure urgenti e necessarie per boicottare la guerra e il genocidio in corso. Questo è il punto centrale e il dibattito da promuovere e che stiamo promuovendo a tutti i livelli tra le forze politiche, sociali e sindacali del territorio nelle prossime settimane.

A Napoli e in Campania ci sono le forze ed esistono le condizioni per una campagna unitaria e di massa per fermare la guerra, per cacciare da ogni comune e dalla regione gli agenti, i complici e i sudditi degli imperialisti Usa, sionisti, UE, per imporre le misure urgenti e necessarie a fare fronte alla crisi economica, ambientale, sociale. Le forze ci sono. Vanno dalle reti e organismi in solidarietà con la Palestina come Handala Ali alle mobilitazioni operaie Stellantis, GLS e Jabil, dai disoccupati organizzati ai comitati di lotta per la casa, dalle occupazioni come GalleriArt ai comitati per la salute mentale e la Consulta popolare sanità e salute fino alle altre decine di esempi che si potrebbero aggiungere.

Questa è la parte organizzata delle masse popolari che oggi può mettere in campo, in maniera organizzata e coordinata, mille iniziative di base che rendono ingestibili i territori ai guerrafondai, agli affaristi e agli speculatori. Questa è la parte della popolazione che può prendere in mano il governo dei territori con amministrazioni comunali e regionali d’emergenza che attuano le misure urgenti e necessarie indicate dagli stessi coordinamenti, comitati, associazioni e reti sociali.

Il movimento comunista conquisterà nuove posizioni tanto più i comunisti, ovunque collocati, si metteranno all’opera per rafforzare, coordinare ed estendere il nuovo potere delle masse popolari organizzate. È questa la strada per costruire nuovo radicamento sui territori e nelle lotte. Questo è il lavoro che ci proponiamo di fare come Partito dei Carc e come area politica afferente al (n)PCI. Quello che chiediamo a chi ha la falce e il martello nel cuore, a chi si sente rivoluzionario, a chi aspira al comunismo è di dare uno schiaffo allo scetticismo, venire con noi, portare le proprie energie e metterle al servizio delle mille attività che il P.Carc conduce. Sono tante per elencarle tutte, ma è certo che c’è un posto di combattimento per tutti e che il contributo di ognuno è prezioso. Alla riscossa!

Ciro Crescentini

Tags: capitalismomarco coppolapartito dei carcsocialismo
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