Riceviamo e pubblichiamo integralmente
La Global Sumud Flotilla che in questi giorni avanza verso Gaza ripropone al mondo un interrogativo antico e drammaticamente attuale: può una missione civile, pacifica e umanitaria essere trattata come una minaccia alla sicurezza di uno Stato? La risposta, già scritta nel sangue il 31 maggio 2010 con l’assalto alla Mavi Marmara, sembra tornare con forza nel 2025, in un Mediterraneo attraversato da conflitti e tensioni geopolitiche.
Quindici anni fa, l’abbordaggio israeliano in acque internazionali si concluse con la morte di dieci attivisti e con una condanna diffusa a livello internazionale. L’ONU aprì un’inchiesta, i rapporti con la Turchia precipitarono, e la vicenda entrò nella memoria collettiva come simbolo di un abuso di forza sproporzionato. Oggi, con la Global Sumud Flotilla, lo schema si ripete: Israele accusa gli attivisti di legami con Hamas, presentando documenti controversi e non verificati, mentre le delegazioni civili ribadiscono la natura umanitaria della missione, chiedendo trasparenza e inchieste indipendenti. La differenza rispetto al 2010 è che la Flotilla non è più soltanto una vicenda diplomatica o internazionale, ma diventa catalizzatore di conflitti sociali interni.
In Italia, CGIL e USB hanno annunciato scioperi immediati in caso di attacchi, rivendicando il diritto costituzionale di difendere una missione che porta acqua, cibo e medicinali a una popolazione stremata da guerra e carestia. Le piazze studentesche si mobilitano, occupano scuole e denunciano la complicità del Governo Meloni, che appare più preoccupato di non incrinare i rapporti con Tel Aviv che di difendere il diritto internazionale.
Ed è proprio questo il cuore del problema: la legalità. Giuristi e associazioni hanno ribadito che non è la Flotilla a violare norme internazionali, bensì il blocco navale israeliano, illegittimo perché applicato su acque che non possono essere considerate territoriali israeliane. L’intercettazione delle imbarcazioni in acque internazionali costituirebbe un atto di pirateria, un sequestro illecito che minerebbe ulteriormente la già fragile credibilità di chi pretende di imporre l’embargo. Il sostegno dell’opinione pubblica, con tre quarti degli italiani favorevoli alla missione, mostra che il messaggio della Flotilla ha raggiunto il suo scopo: riportare Gaza al centro dell’agenda internazionale, rompere il silenzio e denunciare l’assedio. Non sono “quaranta barchette” a minacciare una grande potenza militare, ma il potere di una narrazione che mette a nudo l’ingiustizia di un blocco che priva milioni di persone dei beni essenziali.
Come nel 2010, il mare diventa piazza. E la piazza chiede dignità, legalità, giustizia. A difesa della Flotilla, non si tratta di scegliere una parte contro l’altra, ma di difendere il principio universale secondo cui portare acqua e pane non può mai essere equiparato a un atto di guerra.
Giovanni Di Trapani

