ONG denunciano irregolarità e violazioni legali: sotto accusa il trattamento delle voci contrarie alla guerra
Il 19 marzo, a Kiev, Yuri Sheliazhenko — segretario del Movimento pacifista ucraino — sarebbe stato fermato in circostanze ancora poco chiare. Secondo quanto riferito da War Resisters International e rilanciato da Peacelink, l’attivista sarebbe stato avvicinato da una persona che si è qualificata come ufficiale di un Centro territoriale di reclutamento, senza però fornire alcuna identificazione formale.
Dopo il fermo, Sheliazhenko sarebbe stato condotto presso una stazione di polizia nel distretto di Pechersk. Le informazioni disponibili, seppur frammentarie, descrivono una situazione caratterizzata da diverse presunte irregolarità: non risulterebbe redatto alcun verbale di arresto, non sarebbero state comunicate motivazioni legali chiare per la privazione della libertà e gli sarebbe stato impedito l’accesso a un avvocato. Inoltre, secondo le organizzazioni che seguono il caso, gli sarebbe stato negato anche il contatto con le autorità investigative e vi sarebbe stato il rischio di un trasferimento verso un centro di reclutamento senza il rispetto delle procedure previste dalla legge.
Questi elementi, se confermati, delineano un episodio che solleva interrogativi rilevanti sul rispetto delle garanzie giuridiche, soprattutto in un contesto già fortemente segnato dalla guerra e da un rafforzamento degli apparati di sicurezza.
A partire da questo punto, la vicenda di Sheliazhenko assume un significato che va oltre il singolo episodio. Non si tratta soltanto di chiarire le modalità di un fermo, ma di comprendere quale spazio resti oggi per il dissenso pacifico in un Paese attraversato da un conflitto armato.
Le organizzazioni pacifiste parlano apertamente di un clima crescente di pressione nei confronti di chi si oppone alla guerra senza ricorrere alla violenza. Il caso del segretario del Movimento pacifista ucraino viene descritto come parte di una sequenza più ampia di iniziative giudiziarie e interventi delle autorità che, nel tempo, avrebbero colpito la sua attività pubblica.
Già nel 2023, infatti, Sheliazhenko era stato accusato di aver violato il codice penale ucraino per aver trasmesso alle istituzioni un manifesto pacifista. Un documento che, pur condannando l’invasione russa, chiedeva il rispetto del diritto all’obiezione di coscienza. Accuse che prevedono pene severe e che l’attivista ha sempre respinto, rivendicando la coerenza della propria posizione.
Nel 2024, dopo una perquisizione nel suo appartamento, aveva definito “assurdo” essere accusato di giustificare la guerra, ribadendo invece la necessità di fermare l’escalation militare e di avviare negoziati per un cessate il fuoco.
È in questa continuità che le organizzazioni internazionali leggono gli eventi recenti: non come un fatto isolato, ma come il possibile segnale di una riduzione degli spazi per le voci critiche, in particolare quelle che promuovono soluzioni nonviolente.
Da qui l’allarme lanciato alla comunità internazionale. L’obiettivo, sottolineano, non è soltanto fare luce sul destino di un singolo attivista, ma garantire che il diritto di esprimere dissenso — anche in tempo di guerra — non venga compresso oltre i limiti previsti dallo stato di diritto.
Alma
