L’ex sindaco di Napoli paragona l’uccisione di reporter palestinesi a una strategia per cancellare la verità, invitando la stampa a reagire. Quasi 300 colleghi uccisi, un silenzio assordante che deve essere rotto.
Continua a salire il bilancio dei giornalisti palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza. Secondo fonti internazionali, sono ormai quasi 300 i reporter caduti dall’inizio dell’offensiva israeliana, una cifra mai registrata prima in un conflitto moderno. Solo negli ultimi giorni, nove giornalisti sono stati uccisi in circostanze ancora poco chiare. Erano sul campo, armati solo di telecamere, microfoni e taccuini, nel tentativo di raccontare una realtà che molti vorrebbero rimanesse invisibile.
In questo scenario drammatico, l’ex sindaco di Napoli ed ex magistrato Luigi de Magistris ha lanciato oggi un appello sui social, chiedendo una presa di posizione forte da parte della stampa italiana:
«Appello al mondo dell’informazione. I giornalisti italiani proclamino uno sciopero contro lo sterminio delle loro colleghe e dei loro colleghi a Gaza. Il massacro delle giornaliste e dei giornalisti ha l’obiettivo di impedire di far conoscere al mondo il genocidio che sta compiendo lo stato israeliano e i continui crimini di guerra e contro l’umanità che vengono perpetrati contro la popolazione civile. Senza informazione non ci può essere verità e giustizia. Oggi altri cinque giustiziati, siamo a quasi 300, mai così nella storia».
Un intervento duro, che definisce l’eliminazione sistematica dei reporter a Gaza come un attacco diretto al diritto di sapere e una strategia per oscurare la realtà di quanto accade.
Giornalismo sotto attacco
Le testimonianze e le immagini che emergono da Gaza raccontano una realtà devastante: ospedali ridotti in macerie, abitazioni distrutte, bambini visibilmente affamati. Materiale raccolto e trasmesso dai giornalisti locali, spesso senza alcuna protezione, senza scorte, senza copertura mediatica internazionale.
Molti di loro sono stati colpiti nelle loro abitazioni, insieme alle famiglie. Altri sono stati uccisi mentre documentavano attacchi o tentavano di trasmettere immagini sui social. Il messaggio che ne deriva è chiaro: colpire chi racconta equivale a controllare la narrazione.
Il silenzio della stampa occidentale

L’appello di de Magistris punta anche il dito contro la scarsa reazione del giornalismo occidentale, e in particolare di quello italiano. Viene ricordata, ad esempio, la mobilitazione immediata in seguito all’arresto della giornalista italiana Cecilia Sala, avvenuto il 19 dicembre 2024 in Iran. In quel caso, l’indignazione fu trasversale, con titoli in prima pagina e mobilitazioni a difesa della libertà di stampa.
Ma di fronte alla morte di decine e decine di giornalisti palestinesi, la reazione è stata quasi nulla. Nessuna campagna di categoria, nessuna indignazione ampia, nessun presidio o sciopero. La domanda sorge spontanea: perché la vita di un cronista palestinese dovrebbe valere meno?
Una possibile risposta – amara e disarmante – risiede nella selettività dell’empatia, influenzata da passaporto, geopolitica e ritorni d’immagine.
Una questione di verità
Il cuore dell’appello di de Magistris e di chi denuncia questa strage silenziosa è uno solo: senza informazione non c’è giustizia, e senza giustizia, la verità muore. L’assenza di solidarietà verso i giornalisti palestinesi non è solo un’omissione deontologica, ma un tradimento dei principi fondanti del giornalismo stesso.
Lo sciopero invocato dall’ex sindaco potrebbe rappresentare un atto simbolico ma potente, in grado di riaccendere l’attenzione su un tema che riguarda la libertà di stampa a livello globale. Perché se i cronisti uccisi a Gaza non fanno più notizia, forse è il giornalismo, quello vero, ad essere in pericolo di estinzione.
Ciro Crescentini

