L’esponente della destra spinge per deportazioni di massa e la ricolonizzazione della Striscia, riaccendendo lo sdegno internazionale
Mentre l’appuntamento elettorale del 27 ottobre si avvicina, il ministro della Sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, torna al centro dell’attenzione internazionale con affermazioni che travalicano ogni limite del dibattito politico e del diritto umanitario. Già noto alle cronache per le immagini che lo ritraevano mentre inveiva contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla ammanettati e inginocchiati a terra, l’esponente della destra radicale israeliana ha rilasciato nuove e sconcertanti dichiarazioni durante un podcast condotto da Rom Braslavski, ex ostaggio di Hamas.
Nel corso della conversazione, il leader del partito Potere Ebraico ha criticato la riduzione degli attacchi militari a Gaza, sollecitando un’escalation spietata: «Penso che a Gaza si dovrebbero effettuare omicidi mirati, eliminando da 30 a 40 persone ogni notte».
A sconcertare gli osservatori internazionali è stato soprattutto l’esplicito disprezzo mostrato verso la popolazione civile della Striscia: «Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere. Non dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone». Si tratta di una retorica di aperta disumanizzazione che giuristi ed esperti di diritti umani indicano come il segnale più chiaro e allarmante di un intento genocida, già formalmente acquisito tra le prove presentate alla Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU.
L’agenda estremista di Ben-Gvir non si limita tuttavia alla sola violenza verbale. Durante l’intervista, il ministro ha apertamente sostenuto la deportazione di massa dei palestinesi dalla Striscia — un’operazione definibile senza mezzi termini come pulizia etnica secondo le convenzioni internazionali — unita al reinsediamento ebraico dell’intera area, in aperta controtendenza rispetto allo sgombero di Gush Katif avvenuto vent’anni fa. «Considero tutta Gaza come nostra», ha proclamato, prospettando per i residenti un’unica tragica alternativa tra l’espulsione forzata e l’eliminazione fisica.
Nonostante Ben-Gvir non eserciti un comando diretto sulle forze armate, la sua influenza all’interno dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu resta profonda e determinante. Il ministro gestisce infatti apparati chiave come la polizia nazionale e il sistema penitenziario, dove migliaia di detenuti palestinesi vivono in condizioni già ampiamente denunciate dalle organizzazioni internazionali. La visibilità di cui gode rivela la drammatica normalizzazione di una deriva fanatica che minaccia di sgretolare definitivamente i principi della legalità internazionale e della convivenza umana.
Alessandro Manna
