Gremita la chiesa di Ponticelli, parole intense pronunciate dal Cardinale di Napoli
Nella mattinata di oggi, nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Ponticelli, quartiere di Napoli Est, si sono svolti i funerali di Fabio Ascione, il giovane di vent’anni ucciso la scorsa settimana in un tragico episodio di violenza armata. Una cerimonia partecipata e carica di dolore, che inizialmente era stata limitata per ragioni di ordine pubblico, ma che si è poi trasformata in un momento collettivo di raccoglimento dopo che le indagini hanno chiarito l’estraneità del ragazzo a qualsiasi contesto criminale.
A rappresentare le istituzioni cittadine erano presenti la vicesindaca Laura Lieto, l’assessore alla Legalità Antonio De Iesu e il presidente della municipalità Sandro Fucito. Numerose anche le associazioni del territorio, tra cui Libera, a testimonianza di una comunità profondamente colpita.
La chiesa gremita ha fatto da sfondo all’omelia del cardinale Mimmo Battaglia, che ha pronunciato parole intense e dure, capaci di scuotere le coscienze: “Un giovane. Un figlio. E quando muore un giovane, quando muore in questo modo così assurdo non muore solo lui. Muore un pezzo di futuro. Muore qualcosa dentro tutti noi. Napoli deve avere il coraggio di guardarsi allo specchio. Perché non possiamo più raccontarci che sono fatalità, che sono coincidenze, che sono storie lontane da noi. Che questa non è tutta la città, perché poi magari ci sono le vetrine, le vie del centro, gli alberghi pieni. Non è così. Napoli è anche questo. Saturno che mangia i suoi figli. È una madre che non protegge. È una comunità che spezza vite e storie. E quando una vita viene spezzata, si spezza il tessuto stesso della città: si spezzano le famiglie, si spezzano i sogni, si spezza la fiducia, si spezza il senso di appartenenza”
“E dobbiamo dirlo con forza: noi non siamo ancora una sola città. Siamo troppe città insieme. Ci sono figli che nascono con opportunità e figli che devono lottare per avere il minimo. Ci sono ragazzi che possono scegliere e altri che vengono spinti, quasi senza accorgersene, dentro percorsi che non sono vita. E finché accetteremo questo, finché diremo “è sempre stato così”, continueremo a celebrare funerali invece che costruire un futuro diverso possibile. Tu, Fabio, resta in mezzo a loro come memoria viva. Come una domanda che non lascia tranquilli e un richiamo a ciò che conta davvero. E mentre noi ti affidiamo al Risorto, ti chiediamo di consegnargli anche la nostra preghiera, quella per questa terra da cui non vogliamo fuggire e che vogliamo amare e servire. Assumendoci la responsabilità di cambiare ciò che può e deve essere cambiato.”
“Fabio, che il tuo nome non resti imprigionato nel dolore, ma diventi una soglia, un varco, un inizio che chiama tutti a rialzarsi. Che sia memoria che scuote, che accende, che obbliga a non voltarsi più dall’altra parte. Lo dobbiamo a te e al respiro spezzato della tua famiglia. Lo dobbiamo a questa città inquieta e viva, ai suoi figli più fragili, troppo spesso lasciati soli. Che la tua vita spezzata trovi pace e gioia senza fine nell’abbraccio del Signore! Che tu possa essere nella luce che nessuna notte può spegnere, la luce del Crocifisso Risorto! Amen.”
Durante la funzione, tra lacrime e silenzio, la madre del giovane è rimasta accanto alla bara, coperta di fiori e maglie con il volto del figlio. Presenti anche il deputato Francesco Emilio Borrelli e numerosi amici e familiari, uniti nel dolore per una perdita che ha scosso l’intero quartiere.
Intanto, sul fronte investigativo, i carabinieri hanno chiuso il cerchio a una settimana dall’omicidio. Due le persone fermate: Francesco Pio Autiero, 23 anni, legato a una famiglia vicina al clan De Micco, e un minorenne. Il primo si è costituito spontaneamente presso la caserma di Napoli-Poggioreale, accompagnato dal proprio legale, mentre il secondo è stato rintracciato e bloccato dai militari.
Le accuse, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli (pm Sergio Raimondi e procuratore aggiunto Sergio Amato), sono gravi: omicidio volontario, detenzione e porto illegale di arma da fuoco, con l’aggravante mafiosa.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la morte di Fabio Ascione non sarebbe il risultato di un agguato mirato, ma la tragica conseguenza di uno scontro tra gruppi criminali rivali. I due indagati, a bordo di uno scooter, avrebbero aperto il fuoco contro un gruppo riconducibile al clan Veneruso-Rea, nei pressi di un bar.
Pochi istanti dopo, mentre si allontanavano ancora armati, il destino ha incrociato quello di Fabio, che stava semplicemente rientrando a casa dal lavoro. Il colpo che lo ha raggiunto al petto, esploso da una distanza ravvicinata tra i 40 e i 50 centimetri, sarebbe partito accidentalmente proprio dall’arma impugnata da Francesco Pio Autiero.
Un solo proiettile, sufficiente a spezzare una vita innocente e a lasciare un segno profondo in una città che oggi, più che mai, si interroga su sé stessa.
Ciro Crescentini

