L’intervista a Marius Mesnil, leader della protesta dei liceali: “I soldi non vadano alle spese militari, ma all’istruzione pubblica”
La protesta studentesca che sta attraversando la Francia racconta il disagio di una generazione che chiede di essere ascoltata. A scendere in piazza sono ragazzi che denunciano classi sovraffollate, insegnanti che mancano, edifici scolastici in condizioni difficili e un sistema universitario che, secondo loro, non offre abbastanza spazi e opportunità. Sullo sfondo c’è anche il tema delle crescenti spese militari, che alimenta uno degli slogan più forti della mobilitazione: “Soldi per l’educazione, non per la guerra”.
A raccontare le ragioni della protesta è Marius Mesnil, 18 anni, co-segretario dell’Union Syndicale Lycéenne e tra i leader delle mobilitazioni. In un’intervista concessa a Martina Castigliani de Il Fatto Quotidiano, Mesnil respinge l’idea di una protesta fomentata dalla sinistra radicale e rivendica l’autonomia del movimento. “Non vogliamo morire in guerra, noi lottiamo solo per poter studiare”, dice. E chiede ai media di non fermarsi alle immagini dei cassonetti bruciati, perché, sostiene, dietro la protesta c’è una generazione che chiede semplicemente condizioni dignitose per studiare.
Vi aspettavate che la protesta esplodesse così?
La rabbia deriva da nove anni di politiche di Macron che hanno peggiorato le nostre condizioni. Da quando è al potere abbiamo avuto otto ministri dell’Istruzione che hanno fatto solo riforme per fare clamore come vietare l’uso dei cellulari.
Voi cosa chiedete?
Nel 53% delle scuole manca almeno un professore. Questo crea grandi diseguaglianze perché è nelle banlieue che i prof sono meno sostituiti. Poi chiediamo interventi contro il sovraffollamento delle classi e per gli edifici: d’inverno studiamo con la giacca e d’estate si muore di caldo. Vogliamo più posti per le università, una migliore organizzazione del tempo e una rappresentanza reale.
Sono troppi fronti?
È la base. Non siamo dei grandi rivoluzionari, non vogliamo ribaltare tutto, chiediamo solo di poter studiare e le condizioni minime che ci permettano di imparare.
Uno degli slogan è “soldi per l’educazione, non per la guerra”.
Assistiamo a una militarizzazione dei giovani. C’era innanzitutto il progetto del Servizio nazionale universale (programma per coinvolgere i giovani in attività anche legate alla difesa ndr), sul quale alla fine, grazie alla mobilitazione, siamo riusciti a far fare marcia indietro al governo. Ma è un dato di fatto: le spese militari continuano ad aumentare.
La guerra non è una priorità?
Ci sono licei che non sono affatto adeguati ad affrontarlo e bisogna investire le risorse necessarie. Parliamo di diversi miliardi di euro, ma è essenziale. Noi non siamo considerati, né ascoltati. Ci infantilizzano e ci riducono a casi isolati di violenza che naturalmente condanniamo.
Non sono mobilitazioni violente?
È scioccante, sui media ci sono solo immagini di violenze. Così il governo si limita a reagire a quelle, senza entrare nel merito. In realtà si tratta di episodi minoritari. Piuttosto c’è una violenza istituzionale. Se andate al liceo Paul-Éluard di Saint-Denis, vedete topi, soffitti che cadono e avete davvero la sensazione di essere abbandonati. E poi c’è la repressione della polizia, estremamente violenta.
Ad esempio?
Una ragazza di 14 anni ha raccontato di essere stata trascinata per il collo per diversi metri: è rimasta traumatizzata. Uno studente è stato colpito a un occhio; a un altro hanno rotto tutti i denti. Questa è violenza che viene dalla polizia e alimenta la rabbia.
Cosa fate per evitare che la mobilitazione si radicalizzi?
Non penso che spetti a noi fare in modo che la situazione si risolva. È il governo a essere responsabile di questa rabbia che continua a crescere. Solo ieri, dopo dieci giorni, siamo stati ricevuti dal ministero. Questo inevitabilmente fa sì che alcune persone siano esasperate e che la situazione finisca per degenerare.
Gli insegnanti con chi stanno?
In tanti licei hanno formato catene umane per proteggerci. Vogliamo una convergenza delle lotte perché siamo sulla stessa barca: il governo cerca di tagliare il più possibile.
Accusano Mélenchon di aver spinto la protesta.
Il nostro è un movimento fatto dai licei per i licei. Tutto il fronte della sinistra ci ha mostrato sostegno, anche ecologisti e socialisti.
Così favorite la destra?
Gli studenti parleranno con i propri genitori e spiegheranno che tutto ciò che vogliono è poter studiare in buone condizioni e che non sono violenti. Dopodiché, è vero che se i media continueranno a strumentalizzarci, c’è un rischio.
Quando finirà la protesta?
Il ministro ieri, dopo non averci ascoltati per 10 giorni, ha detto che è complicato quello che chiediamo. Ci mobiliteremo ancora il 6 ottobre. Andremo fino in fondo.
