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Salute mentale a Napoli, la denuncia: «Chiedo aiuto da mesi, ma mi sento abbandonata»

Redazione by Redazione
2 Ottobre 2026
in Campania, Napoli, Notizie correlate
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Palazzo Santa Lucia

Palazzo Santa Lucia

La testimonianza di una donna con depressione riaccende i riflettori sui servizi dell’ASL Napoli 1: attese, difficoltà nella presa in carico e carenza di personale. La richiesta alla Regione Campania e a Roberto Fico: «Servono risposte».

Chiedere aiuto quando si soffre di depressione dovrebbe essere il primo passo verso la cura. A Napoli, secondo la testimonianza di una cittadina, quel primo passo può invece trasformarsi in un percorso fatto di attese, telefonate, email senza risposta e appuntamenti rimandati. Una storia personale che pone però una domanda molto più grande: quanto è realmente accessibile oggi la salute mentale pubblica a Napoli?

La donna, che da circa tre anni convive con la depressione, non potendo più sostenere economicamente le cure private ha deciso di rivolgersi al servizio pubblico. Quello che racconta è un lungo percorso di difficoltà. «Chi mi conosce sa che, da circa 3 anni mi sono ammalata di depressione. Ho dovuto rinunciare al privato poiché non reggevo economicamente. Fra farmaci e integratori, onorario non rientravo, visto che ho un solo stipendio su cui contare. Decido di rivolgermi al servizio pubblico di salute mentale presso la Asl 33. Vado un giorno di inizio giugno, per farmi prendere in carico. Trovo una gentile signora che riempie una scheda con i miei dati, assicurandomi che sarei stata contattata. Passa 1 mese e non ho nessuna notizia. Comincio a preoccuparmi perché la cura che seguivo non mi faceva stare bene, ho problemi al lavoro e il mio organismo comincia a vacillare. Alti e bassi che non mi fanno vivere normalmente.»

È a quel punto che la donna cerca una strada alternativa. «Contatto un’associazione che si adopera per farmi avere un contatto con uno psichiatra. Riesco ad avere un appuntamento con il primario. Non trovano la scheda che avevo riempito. Alla fine si trova e riesco ad avere un colloquio.»

Secondo il suo racconto, durante il colloquio la terapia viene modificata, ma la presa in carico non arriva. La donna prova anche a spiegare al medico le difficoltà che sta vivendo sul lavoro e chiede un periodo di malattia. «Tento di parlargli delle mie difficoltà e, soprattutto, dei problemi che sto avendo con il mio datore di lavoro. E, dato il periodo estivo alle porte, con il caldo asfissiante, non avendo più giorni di ferie, gli chiedo se mi può prescrivere un periodo di malattia che mi aiuti a scavallare l’estate, così come suggerito anche dall’Azienda per cui lavoro. Lo psichiatra, non conoscendomi, non ritiene di doverlo fare. Mi accomiata con tante belle parole di incoraggiamento e mi lascia un indirizzo mail al quale contattarlo perché, a luglio, non c’è possibilità di prendermi in carico.»

Poi arriva l’estate. E, secondo la donna, arriva anche un periodo particolarmente difficile. «Fiduciosa comincio la nuova cura e cerco di avere l’atteggiamento positivo che mi era stato sollecitato. Ho passato un mese infernale, di caldo, solitudine, tristezza. Scrivo la mail al dottore per informarlo dei problemi che ho. Solo alla terza mail ho avuto riscontro.»

La donna viene nuovamente convocata presso l’ASL. «Riesco a parlare con lo stesso medico che non mi prende in carico perché non avevano ancora fatto i turni. E poi ci sono medici in pensionamento che non sarebbero stati sostituiti. Mi congeda dicendo di scrivergli dopo un altro mese.»

La conclusione del suo racconto è quella che più colpisce: «Ad oggi mi sento abbandonata a me stessa, rischiando di perdere il lavoro e di soccombere del tutto. Con il solo medico di base che cerca di tutelarmi da me stessa e dalla malattia.»

Una testimonianza individuale, naturalmente, non può essere trasformata in una sentenza sul comportamento dei singoli professionisti. Ma sarebbe altrettanto sbagliato archiviarla come una semplice vicenda personale. Perché sulla salute mentale dell’ASL Napoli 1 Centro esistono da tempo denunce pubbliche riguardanti personale, organizzazione e continuità dei servizi.

IL PROBLEMA DEL PERSONALE

Già nel maggio 2024 il direttore generale dell’ASL Napoli 1, Ciro Verdoliva, aveva parlato pubblicamente delle difficoltà nel reperire psichiatri, indicando salute mentale ed emergenza-urgenza tra gli ambiti interessati dalle carenze di personale. Nel frattempo la questione dei servizi di salute mentale è tornata al centro del confronto pubblico e sindacale, con contestazioni sulla riorganizzazione dei Centri di Salute Mentale e sulla continuità dell’assistenza.

Non è un dettaglio. Perché la salute mentale non può essere organizzata esclusivamente secondo la logica dell’emergenza. Emergenza e presa in carico non sono la stessa cosa.Un servizio di emergenza interviene quando la situazione è esplosa. Un servizio territoriale dovrebbe lavorare anche prima: intercettare il disagio, costruire una relazione, seguire il paziente, accompagnarlo nel tempo.

È esattamente questa la logica della salute mentale territoriale che il nostro sistema sanitario ha costruito dopo la grande riforma psichiatrica.

DA BASAGLIA A PIRO: QUANDO LA SALUTE MENTALE DIVENTÒ UN DIRITTO

Qui la vicenda della cittadina diventa qualcosa di più di una denuncia sulle liste d’attesa. Diventa una questione di modello di sanità.

Nel 1978 la legge 180, la cosiddetta legge Basaglia, segnò il superamento dei manicomi e l’avvio di un modello fondato sulla presa in carico territoriale e sulla dignità e i diritti della persona. Nello stesso anno la legge 833 istituì il Servizio sanitario nazionale, affermando la salute come diritto universale e costruendo una rete pubblica di assistenza.

A Napoli e in Campania quella rivoluzione ebbe un protagonista che non può essere dimenticato: Sergio Piro. Psichiatra, protagonista delle esperienze di superamento dell’istituzione manicomiale e poi responsabile dell’area dipartimentale di salute mentale della ASL Napoli 1, Sergio Piro lavorò per una psichiatria alternativa e territoriale. Nel ricordare la stagione della riforma spiegò come, prima della 180, in Campania il paziente con maggiori disponibilità economiche potesse rivolgersi alle cliniche private, mentre chi non aveva risorse rischiava di finire in manicomio.

Ecco perché quelle battaglie tornano drammaticamente attuali. Perché il senso della rivoluzione di Franco Basaglia e Sergio Piro non era semplicemente chiudere i manicomi. Era costruire un’alternativa pubblica, territoriale, vicina alle persone. Era dire che la malattia mentale non doveva significare esclusione. Era affermare che la possibilità di curarsi non poteva dipendere dal conto in banca. E oggi proprio questo principio rischia di essere messo alla prova.

IL RISCHIO È CHE CHI PUÒ PAGARE SI CURA, CHI NON PUÒ ASPETTA

Sia chiaro: non si tratta di demonizzare la sanità privata, né di sostenere che ogni operatore privato lavori secondo logiche speculative. Il problema è un altro: che cosa succede quando il servizio pubblico perde capacità di risposta? La risposta è semplice: una parte di chi ha possibilità economiche può rivolgersi al privato. Chi non le ha, invece, rimane davanti alla lista d’attesa. Ed è proprio qui che il rischio diventa politico e sociale.

Se il pubblico si indebolisce, la domanda di cura non scompare. Si sposta. E quella domanda può diventare mercato. È un rischio che deve essere guardato con estrema attenzione, soprattutto quando si parla di salute mentale. Non perché il privato sia di per sé il nemico, ma perché non sarebbe accettabile che l’impoverimento del servizio pubblico producesse indirettamente un’espansione obbligata del mercato privato della cura.

Sarebbe il rovesciamento dello spirito con cui è nato il Servizio sanitario nazionale. E sarebbe ancora più paradossale nella terra di Sergio Piro, che ricordava proprio la differenza tra chi poteva permettersi una clinica privata e chi, invece, non aveva alternative.

NON È SOLO UNA QUESTIONE DI SOLDI

La Regione Campania sostiene oggi di voler rafforzare la risposta pubblica alle persone con problemi di salute mentale, ridurre le barriere di accesso e potenziare la rete territoriale. Nel maggio 2026 il presidente Roberto Fico ha presentato il programma “Inclusione”, che comprende interventi specifici sulla salute mentale e 15 milioni di euro destinati a misure di prevenzione, cura, riabilitazione e inclusione. La Regione ha inoltre annunciato 98 milioni di euro per il reclutamento di personale destinato al potenziamento dell’assistenza territoriale.

Bene. Ma allora è proprio la Regione a dover spiegare come queste risorse si tradurranno in persone realmente prese in carico.

Perché non basta stanziare denaro. Bisogna sapere dove va: quanti operatori arrivano nei servizi di salute mentale, quanti pazienti vengono presi in carico, quanto devono aspettare, quante richieste rimangono senza risposta, quali sono gli organici reali dei Centri di Salute Mentale, quanti professionisti sono andati in pensione e quanti sono stati sostituiti. E soprattutto: quanto tempo deve aspettare una persona depressa che chiede aiuto?

PRESIDENTE ROBERTO FICO, ORA SERVONO RISPOSTE

Il presidente Roberto Fico ha mantenuto la delega alla sanità. E proprio per questo la domanda deve essere diretta. Presidente, lei ha dichiarato che nessuno deve essere lasciato indietro e che la persona e i suoi diritti devono essere al centro dell’azione amministrativa. Allora venga verificato cosa succede concretamente quando una persona entra in un Centro di Salute Mentale.

Perché la cittadina che ci ha raccontato la sua storia dice di avere compilato una scheda e di avere aspettato un mese; dice di avere incontrato difficoltà nel reperimento della propria documentazione; dice di avere dovuto ricorrere a un’associazione per ottenere un contatto; dice di avere scritto tre email prima di ottenere una risposta; dice di essere stata rinviata a un altro mese. E dice soprattutto una cosa: «Mi sento abbandonata a me stessa». Sono parole che non possono essere liquidate.

LA REGIONE APRA I DATI

Chiediamo quindi alla Regione Campania e all’ASL Napoli 1 di rendere pubblici dati chiari e verificabili sulla situazione dei servizi di salute mentale: quanti sono i cittadini in attesa di presa in carico, quali sono i tempi medi di attesa, quanti psichiatri mancano, quanti pensionamenti non sono stati sostituiti, quante persone sono attualmente seguite dai singoli Centri di Salute Mentale, quante richieste di presa in carico sono state ricevute e quante effettivamente evase, quante prestazioni vengono oggi garantite rispetto al passato e quali effetti ha prodotto la riorganizzazione dell’assistenza notturna e festiva?

E soprattutto: quanti cittadini che non possono permettersi una prestazione privata rischiano di rimanere senza un percorso terapeutico adeguato? Sono domande concrete, a favore delle persone.

PERCHÉ DIETRO OGNI NUMERO C’È UNA PERSONA

La donna conclude la sua testimonianza con parole che dovrebbero essere ricordate ogni volta che si parla di numeri, bilanci e organizzazione sanitaria: «Ho sempre avuto enorme stima per i medici che, con il giuramento di Ippocrate, prendono un impegno etico ed umano. Ma d’altronde anche i medici sono lavoratori e come tutti gli altri, non si mobilitano per cambiare lo stato di cose, subendone anche loro gli effetti nefasti. Dietro ogni numero c’è un essere umano e questo non va mai dimenticato.» È questo il punto.

Dietro una lista d’attesa c’è una persona. Dietro un turno scoperto c’è una persona. Dietro un pensionamento non sostituito c’è una persona. Dietro una prestazione che non arriva c’è una persona. E dietro la richiesta di aiuto di una persona depressa c’è qualcuno che, magari dopo mesi o anni di sofferenza, ha trovato finalmente la forza di dire: «Ho bisogno di aiuto».

Quella richiesta non può perdersi in una scheda, in una lista d’attesa o in un’organizzazione che non riesce a garantire continuità. La salute mentale pubblica è nata anche per questo.

La lezione di Franco Basaglia e Sergio Piro è ancora lì, davanti a noi: la cura deve uscire dai recinti, deve stare sul territorio, deve incontrare la persona e non aspettare che sia la persona a inseguire il servizio. Se il pubblico arretra, il privato avanza. Se il pubblico non risponde, chi può pagare cerca una risposta altrove. Chi non può pagare rischia invece di restare solo.

Questo è il punto sul quale la politica deve interrogarsi per difendere un principio: la salute mentale non può diventare un privilegio per chi può permettersi di pagare. E allora la domanda finale è inevitabile. Presidente Roberto Fico, quando una persona che non può permettersi il privato bussa alla porta della sanità pubblica campana, quella porta è davvero aperta? Le persone aspettano una risposta. E soprattutto aspettano di essere presi in carico.

Ciro Crescentini

Tags: asl napoli 1depressionesalute mentale Napolisanità pubblica Campania
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