Applausi, bandiere palestinesi e lunghi silenzi nelle sale: il film arriva al primo posto del box office giornaliero
Sta accadendo qualcosa di tutt’altro che consueto nelle sale cinematografiche italiane. NAZA, il documentario diretto dai registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, sta registrando un’affluenza sorprendente, arrivando ai vertici del box office italiano nei giorni successivi all’uscita.
Un risultato significativo, soprattutto considerando che si tratta di un documentario e non di una produzione destinata al grande pubblico delle major. Il film è seguito con particolare attenzione anche dal Guardian, che ne ha accompagnato la distribuzione internazionale. Dopo l’anteprima veneziana, conclusa con circa 25 minuti di applausi, NAZA è arrivato nelle sale italiane provocando reazioni intense: in diversi cinema sono comparse bandiere palestinesi, mentre in altri la proiezione è stata accompagnata da un silenzio quasi totale.
Al cinema Tibur di Roma, per esempio, la reazione del pubblico è stata descritta come profondamente scossa. Un componente dello staff ha raccontato: “In generale, il pubblico sembrava sotto shock mentre guardava il film. C’è stato silenzio per tutta la durata della proiezione. Persino alla fine, nessuno ha parlato.”
Una frase che forse racconta più di molti discorsi. Perché davanti a determinate immagini il silenzio può diventare esso stesso una forma di risposta. La programmazione del Tibur è stata prolungata e numerose sale italiane hanno deciso di mantenere il film in cartellone anche nei prossimi giorni. Sono oltre 150 i cinema che hanno scelto di continuare a proporlo al pubblico.
Simone Gialdini, presidente dell’ANEC, ha sottolineato come l’affluenza possa essere legata anche alla forte dimensione politica del film e al desiderio di una parte degli spettatori di manifestare la propria posizione sulla guerra e sulla tragedia di Gaza. Ma ha evidenziato anche un altro elemento: nelle sale sarebbe arrivato un pubblico molto più eterogeneo del previsto, composto da persone di età differenti e non necessariamente abituate a vedere documentari di questo genere. “È un pubblico che sa già cosa vedrà ed è consapevole della tragedia che stiamo vivendo”, ha dichiarato. Ed è proprio qui che NAZA diventa qualcosa di più di un film.
Il documentario nasce da un lavoro giornalistico sviluppato attraverso anni di inchieste e reportage. Al centro ci sono testimonianze di militari e membri dell’intelligence israeliana e il racconto dei sistemi, delle procedure e delle tecnologie utilizzate per individuare gli obiettivi nella Striscia di Gaza e valutare il possibile numero di vittime civili.
Non si limita dunque a mostrare le conseguenze della guerra. Cerca di entrare nei meccanismi che precedono quelle conseguenze. La tesi sostenuta dal film è radicale: non raccontare soltanto singoli episodi di violenza, ma interrogarsi sull’esistenza di procedure, linguaggi, tecnologie e decisioni istituzionali che, secondo gli autori, avrebbero contribuito a rendere sistematica la distruzione e l’enorme numero di vittime civili palestinesi.
Le autorità israeliane respingono le accuse contenute nel documentario e contestano alcune delle sue ricostruzioni, sostenendo che le proprie regole operative vietino di prendere deliberatamente di mira i civili. I realizzatori, dal canto loro, difendono il lavoro giornalistico alla base del film e la verifica delle testimonianze raccolte. È proprio su questo terreno che dovrebbe svilupparsi il confronto: sui fatti, sulle responsabilità, sulle prove e sulle testimonianze. Ma una cosa è impossibile da ignorare.
Gaza continua a rappresentare una delle più drammatiche tragedie umanitarie e politiche del nostro tempo. Le accuse rivolte al governo e alle forze armate israeliane sono gravissime e sono state oggetto di indagini e valutazioni da parte di organismi internazionali. Israele ha respinto le accuse di genocidio e le conclusioni delle commissioni che le hanno formulate.
Di fronte a un quadro simile, chiedere conto delle responsabilità non dovrebbe essere considerato un atto di ostilità verso un popolo, né tantomeno verso gli ebrei.
Criticare le decisioni di un governo non significa attribuire responsabilità collettive a una popolazione. E denunciare eventuali crimini commessi dalle forze armate israeliane non significa giustificare i crimini commessi da Hamas. Sono piani diversi e non dovrebbero essere confusi.
Allo stesso modo, l’antisemitismo reale esiste e deve essere combattuto senza ambiguità. Ma l’accusa di antisemitismo non dovrebbe diventare una risposta automatica a qualsiasi critica rivolta alle politiche del governo israeliano. La sfida è riuscire a difendere contemporaneamente la dignità e la sicurezza degli ebrei, i diritti e la dignità dei palestinesi e il diritto di denunciare responsabilità politiche e militari quando emergano elementi documentati.
NAZA arriva dentro questa frattura. E forse il dato più importante non è soltanto quello del botteghino. È il fatto che migliaia di persone stiano scegliendo di entrare in una sala cinematografica per guardare immagini e ascoltare testimonianze che obbligano a confrontarsi con una realtà terribile. In alcune sale si applaude. In altre sventolano bandiere palestinesi. Al Tibur, invece, dopo la proiezione è calato il silenzio.
Forse perché davanti a certe immagini, prima ancora di decidere cosa pensare, resta una domanda alla quale nessuno può sottrarsi: quanto siamo disposti a guardare prima di voltare lo sguardo? E quanto ancora possiamo considerare normale ciò che normale non è?
Il film proseguirà il suo percorso internazionale, arrivando progressivamente in numerosi Paesi, prima di approdare anche allo streaming gratuito. Vederlo non significa necessariamente condividere ogni sua conclusione. Significa, almeno, accettare di guardare. E poi porsi una domanda semplice e terribile: che cosa facciamo, davanti a ciò che abbiamo visto?
Alessandro Manna
