Delitto di Garlasco, inammissibile ricorso di Stasi: resta in cella

Il condannato e il suo legale chiedevano alla Cassazione di rivedere la sentenza di condanna a causa di una svista della Suprema Corte che non si sarebbe accorta che nell’appello bis non sono stati risentiti 19 tra testimoni, consulenti e periti

I giudici della prima sezione della Suprema Corte hanno accolto la richiesta del sostituto procuratore generale Roberto Aniello e della parte civile, i difensori Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, e hanno ritenuto inammissibile la richiesta in cui si chiedeva di rivedere la sentenza di condanna a causa di una svista della Suprema Corte che non si sarebbe accorta che nell’appello bis non sono stati risentiti 19 tra testimoni, consulenti e periti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso straordinario presentato da Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007. Nel ricorso, firmato da Stasi e dal difensore Angelo Giarda, si chiedeva la revoca della sentenza definitiva e di “rilevare l’errore di fatto”, in assenza del quale “l’esito decisorio sarebbe stato differente”. Un errore che avrebbe leso “il diritto ad un equo processo” sancito dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Testimonianze che vanno dal Dna della vittima trovato sui pedali della bicicletta dell’imputato, all’impronta di Stasi sul dispenser del portasapone; dal risultato della perizia sulle tracce di sangue sul pavimento di casa Poggi fino al racconto di chi varcò per primo la soglia della villetta di via Pascoli. Una richiesta a cui sia il pg che i legali di parte civile si sono opposti sottolineando l’inammissibilità del ricorso perché la sentenza definitiva si fonda sui nuovi dati probatori “acquisiti nel relativo giudizio, attraverso i quali i numerosi indizi già esistenti hanno finito per integrarsi, senza alcuna rivalutazione dell’attendibilità delle testimonianze già acquisite in fase di indagine o in primo grado”. In sostanza dei 19 testimoni chiesti dalla difesa, nessuno risulta determinante per la sentenza che ha condannato in via definitiva Stasi.

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