I CARC ribadiscono solidarietà incondizionata a tutti gli attivisti pro-Palestina
L’arresto di Mohammed Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, nell’ambito di un’indagine della Procura di Genova per presunto finanziamento ad Hamas, ha dato il via a una violenta offensiva mediatica che va ben oltre la cronaca giudiziaria. Diverse testate dell’area della destra politica e culturale hanno colto l’occasione per rilanciare una narrazione che tende a sovrapporre la solidarietà al popolo palestinese al sospetto di terrorismo, alimentando un clima di delegittimazione e criminalizzazione del dissenso.
Un copione già visto, che si ripresenta puntualmente ogni volta che il movimento di solidarietà con la Palestina conquista spazio pubblico, consenso e visibilità.
De Magistris: “la storia non si processa”
Sul piano politico è intervenuto Luigi De Magistris con una presa di posizione netta, che colloca la vicenda in un quadro storico e giuridico più ampio. Secondo De Magistris, nessuna indagine giudiziaria, nessuna campagna di stampa e nessuna azione di governi complici può modificare una realtà storica segnata dall’esistenza di un popolo oppresso, quello palestinese, e di uno Stato oppressore, quello israeliano.
L’ex magistrato ribadisce che l’occupazione è un crimine secondo il diritto internazionale, mentre la resistenza di un popolo oppresso è un diritto, fermo restando che il terrorismo resta sempre un crimine.
Eventuali responsabilità individuali, ancora tutte da accertare, non possono essere strumentalizzate per mettere in discussione la legittimità della lotta del popolo palestinese per autodeterminazione, giustizia e libertà, né per oscurare le responsabilità politiche e storiche dello Stato israeliano.
Giuristi e Avvocati per la Palestina: “non si colpisca il dissenso”
Forte preoccupazione è stata espressa anche dal Coordinamento dei Giuristi e Avvocati per la Palestina (GAP), che denuncia una vera e propria “grancassa mediatica” costruita intorno all’indagine.
Secondo il GAP, l’obiettivo di questa narrazione non è l’accertamento dei fatti, ma la trasformazione di ogni denuncia del genocidio e delle gravissime violazioni del diritto internazionale perpetrate da Israele in un sospetto fiancheggiamento del terrorismo.
Il Coordinamento riafferma la piena fiducia nell’autonomia e nell’indipendenza della magistratura italiana, auspicando tuttavia che le indagini siano condotte con rigore, serenità e pieno rispetto delle garanzie, senza subire pressioni esterne o condizionamenti mediatici.
Allo stato attuale, osservano i giuristi, non risulta chiaro per quale motivo fondi dichiaratamente destinati ad attività umanitarie siano stati ritenuti finalizzati ad altro, né perché fonti israeliane – provenienti da uno Stato sotto accusa per genocidio e altri gravi crimini internazionali – debbano essere considerate decisive nel qualificare come “terroristiche” determinate organizzazioni.
Il GAP ricorda inoltre che le libertà di associazione, di manifestazione del pensiero e di solidarietà internazionale costituiscono pilastri dell’ordinamento costituzionale, e che l’azione di informazione, denuncia e tutela legale in relazione ai crimini internazionali non può essere delegittimata tramite insinuazioni o generalizzazioni che colpiscono indiscriminatamente attivisti, volontari e operatori umanitari.
CARC: “repressione politica mascherata da lotta al terrorismo”
Ancora più radicale la lettura proposta dai Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo (CARC), che hanno dichiarato una solidarietà piena e incondizionata a tutte le persone arrestate, indagate o condannate per aver partecipato al movimento di solidarietà con il popolo palestinese, indipendentemente dalle accuse formulate.
Nel comunicato, i CARC sostengono che l’inchiesta di Genova non abbia come reale obiettivo il contrasto al terrorismo, ma la repressione politica del fronte solidale con la Palestina, inserendola in un quadro di subalternità del governo italiano agli interessi degli Stati Uniti, della NATO e dello Stato di Israele.
Secondo i CARC, la criminalizzazione dell’antisionismo e l’equiparazione strumentale con l’antisemitismo rappresentano un tentativo deliberato di intimidire e disgregare un movimento popolare sempre più ampio.
Il governo Meloni viene indicato come direttamente responsabile di una strategia repressiva che mira a silenziare il dissenso e a colpire le mobilitazioni di massa, in continuità con altri procedimenti giudiziari, sgomberi e misure repressive adottate negli ultimi mesi.
Uno spazio democratico sempre più ristretto
Pur con accenti diversi, le posizioni di Luigi De Magistris, del GAP e dei CARC convergono su un punto centrale: il rischio concreto che l’azione giudiziaria e la narrazione mediatica vengano utilizzate per restringere lo spazio democratico, spostando l’attenzione dalla tragedia umanitaria in corso in Palestina e dalle responsabilità internazionali di Israele alla delegittimazione di chi esprime solidarietà.
In un contesto segnato da una devastazione senza precedenti a Gaza e nei territori occupati, il conflitto non si gioca soltanto sul piano militare o diplomatico, ma anche su quello del diritto, dell’informazione e della libertà politica. È su questo terreno che si misura oggi la possibilità di continuare a denunciare, informare e agire al fianco del popolo palestinese senza essere ridotti al silenzio.
Ciro Crescentini

