Covid 19, Argentina: le scuole chiuse allontanano gli studenti poveri

Riceviamo e pubblichiamo

Volendo parafrasare Cicerone, direi che la scuola, proprio come la historia, dovrebbe essere magistra vitae, ed invece, questa emergenza sanitaria infinita, oltre a confermarci ancora una volta che per quanto concerne la storia tale massima non corrisponde a verità, ci dice anche altro, e cioè, che per la scuola (schola in latino) è casomai l’opposto, nel senso che si sta rivelando un pessimo esempio, una cattiva maestra. Quando parlo di scuola, ovviamente, mi riferisco a chi ci lavora e la rappresenta, e di cui anch’io sono parte, vale a dire: docenti e sindacati, la maggioranza dei quali non solo sembra aver dimenticato che l’educazione è un diritto al pari della “salute”, ma anche, ed  è questa la mancanza più grave, la sua funzione sociale.

   Non conosco nei dettagli l’attuale situazione del sistema scolastico e universitario di tutti i paesi coinvolti dall’epidemia di Covid-19, ma leggendo e ascoltando i mezzi di informazione e le preoccupazioni di altri filosofi, psicologi e sociologi, mi pare quantomai evidente che l’alternarsi, a livello globale, dell’educazione presenziale e digitale ha avuto effetti nefasti su una percentuale importante di studenti. Dagli studi effettuati durante questo primo anno di “pandemia” è emerso che il cosiddetto “distanziamento sociale”, anche se sarebbe più giusto chiamarlo esistenziale, perché, come direbbe Heidegger, mira al distaccamento dell’in-dividuo dalla vita reale imponendogli un isolamento che di per se è innaturale per l’animale uomo, applicato anche al mondo della scuola ha determinato un generale peggioramento nel livello d’apprendimento degli studenti, e nei paesi dove si è prolungato per quasi tutto l’anno, come, ad esempio, l’Argentina, il tasso di abbandono scolastico è disarmante. Secondo l’Osservatorio Argentino per l’Educazione, durante la quarantena infinita del 2020 imposta dal governo “progressista” di Alberto Fernandez, nelle zone più povere del paese uno studente su quattro, ad un certo punto dell’anno, ha abbandonato la scuola, e uno su dieci in maniera definitiva.

   Sono dati allarmanti, che dovrebbero preoccupare non poco la coalizione di centro-sinistra al potere, l’alleanza peronista voluta dall’ex presidentessa Cristina Fernandez de Kichner, la quale, lo ricordiamo, si è sempre autoproclamata paladina dei ceti e delle categorie più deboli della società argentina. Ed invece sembra che la crisi educativa, dovuta alle misure fantascientifiche suggerite dal comitato di “esperti” che affianca il gabinetto di governo, non interessi molto al presidente Alberto e alla sua vice Cristina Kirchner, dato che, non appena è iniziata anche qui la famosa seconda “ondata” dell’epidemia, tra le prime assurde restrizioni da lui imposte c’è stata proprio la chiusura delle scuole e il passaggio alle classi virtuali. E questo nonostante gli studi fornitigli dal governo della Capitale dimostrino che il livello di contagio all’interno delle stesse è dello 0,1%.

   Fernandez non ha voluto sentire ragioni e, spalleggiato dallo megalomane governatore della Provincia di Buenos Aires, Axel Kicillof, il 15 aprile ha annunciato la sospensione delle classi presenziali per due settimane in tutta l’Area Metropolitana di Buenos Aires (AMBA). In risposta alla misura sproporzionata e, soprattutto, ingiustificata del governo nazionale, il giorno successivo, ossia il 16 aprile, il governatore della Capitale, Horacio Larreta, esponente di spicco di Cambiemos, la principale forza antagonista al peronismo, decide di impugnare per incostituzionalità il decreto presidenziale davanti alla Corte Suprema, il massimo tribunale argentino. E la giustizia gli ha dato ragione: infatti, prima  la Camera d’Appellazione della Città di Buenos Aires (18 aprile), e poi la stessa Corte Suprema (3 maggio), all’unanimità, si sono dichiarate favorevoli alla continuazione delle classi presenziali.

    Sicuramente la diatriba tra governo nazionale e della provincia di Buenos Aires e quello della Capitale continuerà ancora a lungo visto che Fernandez ha intenzione di continuare con le restrizioni. Tuttavia, in Argentina, il tema serve a distrarre l’opinione pubblica: quella di Larreta e Patricia Bullrich, l’ex ministro degli interni, è di fatto una finta opposizione. Una vera opposizione, infatti, non dovrebbe difendere solo il diritto all’istruzione, ma tutte le libertà costituzionali. L’economia nazionale è a pezzi a causa di una quarantena durata ben otto mesi, e questo governo che fa? Ripete nuovamente questa fallimentare e insensata strategia (lo dicono i numeri!) dopo che ha avuto un anno per costruire nuove strutture ospedaliere e assumere più personale sanitario. Ma l’opposizione fa anche peggio: di fatto, a parte la timida presa di posizione contro la serrata delle scuole della Capitale, ed anche su questo sembra che il governatore sia disposto a fare concessioni, appoggia il pensiero unico dominante sostenendo le restrizioni, incluso il coprifuoco.

  Ma non ho voglia di ritornare nuovamente sulla farsa pandemica in chiave argentina. Ne ho già parlato in precedenti occasioni e credo che la mia posizione in proposito sia chiara: mi definisco eretico nei confronti di questa nuova religione, il covid-ismo. Questa presunta “pandemia” si fonda su veri e propri dogmi, nulla che abbia fondamento scientifico, e su enormi menzogne a partire dal numero dei decessi e dei cosiddetti “casi”.

  Ciò che qui mi interessa sottolineare è, piuttosto, l’attitudine egoista, irresponsabile e idiota della maggioranza dei miei colleghi insegnanti e dei loro sindacati di fronte alle decisione del governo argentino di tenere chiuse le scuole e le università per tutto il 2020 e di riproporre nuovamente, per il 2021, la stessa scellerata ricetta. Sono mesi che anche in Argentina il segretario generale del principale sindacato dell’educazione (SUTEBA), Roberto Raúl Baradel, va dichiarando che non ci sono le condizioni di sicurezza perché nelle scuole e nelle università si possa riprendere con le classi presenziali. Non riporterò qui tutte le sciocchezze, boludeces come si dice da queste parti, che questo signore e la maggioranza dei suoi colleghi hanno diffuso durante tutto il 2020 e questo inizio di 2021. Mi limiterò a quelle più recenti di Angelica Graziano, segretaria generale della UTE, che il 28 aprile ai microfoni di TeleSur, la emittente statale venezuelana, ha affermato che in questo momento storico l’essenziale è la vita e la salute dei lavoratori e non l’educazione presenziale.

   Ora, vorrei chiedere alla Graziano e a tutti quei docenti e collaboratori scolastici che invocano la chiusura delle scuole, se non addirittura una nuova quarantena, per far fronte alla supposta seconda ondata di epidemia, cosa intendono con diritto alla vita e alla salute? Di quale “vita” e “ salute” parlano? Sono gli stessi concetti a cui si sono appellati nella lotta per la legge sull’aborto recentemente approvata, e nella quale il mondo della scuola e dell’università ha avuto un ruolo fondamentale?

  Se è sì, allora tutti questi colleghi si stanno contraddicendo, o peggio, stanno agendo ipocritamente, perché ciò che riconosco per il diritto all’aborto lo negano per il diritto all’istruzione. Per giustificare la loro posizione contro la presenzialità scolastica i sindacati si appellano infatti ad un concetto di “vita” che solo pochi mesi prima, ovvero nel dicembre 2020, quando fu approvata la legge sull’aborto, negavano perché considerato vuoto di senso. Agli antiabortisti che invocavano la difesa della vita potenziale del feto, buona parte del mondo dell’istruzione e della ricerca contrapponeva la priorità della vita attuale della madre, affermando che possiamo parlare di vita solo quando è in atto, cioè vissuta. Adesso, invece, come già nella prima ondata epidemica, sono loro ad appellarsi ad un vuoto concetto di “vita” in nome della sicurezza sanitaria. Parlano del diritto ad una vita che di fatto nella quotidianità non esiste, perché vivere implica anche ammalarsi e pretendere l’assoluta tutela dalle infermità è utopico, per non dire, insensato, perché riduce la vita a non-vita.

  Stesso discorso vale anche per il diritto alla salute, in netta contraddizione con quanto questa stessa categoria ha sostenuto per anni nella lotta a favore dell’aborto legale. Anche in questo caso, infatti, agli antiabortisti che sottolineano come già la legge precedente tutelasse la salute fisica della madre per cui, nel caso di complicazioni durante la gravidanza, la sua vita avrebbe avuto sempre la priorità su quella del feto senza che ci fossero ripercussioni penali sull’operato del medico, il mondo della scuola, come molte altre categorie pro abortiste, contrappone un concetto più ampio di salute che coincide con la definizione dell’OMS, ovvero, per salute si deve intendere “…uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”. A questo punto è lecito chiedersi perché, nel caso di una gravidanza indesiderata, ci si può appellare a questa ragionevole definizione di salute integrale e in altre situazioni, come per esempio un’epidemia, lo Stato dovrebbe tutelare solo quella fisica?

  Gli studi e le statistiche fatti lo scorso anno hanno dimostrato che l’isolamento forzato, il lockdown per intenderci, è stata una misura “sanitaria” totalmente fallimentare, infatti: non ha tutelato la salute fisica in quanto non ha ridotto i contagi né salvato vite, ed ha avuto effetti devastanti sulla salute psichica e sociale dei cittadini, in primis, su quella dei più giovani, moltissimi dei quali studenti. Quindi riproporre la stessa misura, anche solo per alcuni settori, come la scuola, non è solo un’idiozia, è un crimine, perché, come dicevano i latini: errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

   Se la maggioranza dei miei colleghi argentini, che in questi giorni sta invocando nuovamente la chiusura delle scuole, avesse un po’ di buon senso e, soprattutto, un briciolo d’umanità, darebbe priorità al benessere degli studenti e alla costruzione del loro futuro e non alla loro egoistica e irrazionale paura del virus, il quale, come da più parti dimostrato, ha una bassissima incidenza in termini di decessi, nonostante i numeri gonfiati di 15 mesi di supposta emergenza sanitaria globale. Tra l’altro, questi colleghi sanno bene che in Argentina, come in tutta l’America Latina, per molti bambini e adolescenti delle villas e dei quartieri popolari la scuola è l’unico posto dove possono consumare un pasto completo, e che la sua chiusura implicherebbe non solo un’altra probabilità di abbandono scolastico, dato che nelle loro famiglie l’accesso ad internet è una chimera, ma determinerebbe un peggioramento della loro condizione di salute a causa della denutrizione rendendoli più vulnerabili non solo al Covid-19 ma a qualsiasi altra infermità. 

   È evidente, invece, che questa “pandemia” ha tirato fuori il peggio dell’umanità, soprattutto da quelle categorie professionali che dovrebbero costituire le fondamenta di uno Stato democratico: sanità, istruzione e tutela della legge. In questi mesi, gli operatori sanitari, i docenti, le forze dell’ordine, nella stragrande maggioranza dei casi, invece di unirsi agli altri lavoratori per opporsi al clima di terrore diffuso dai governi, dalle finte opposizioni e dai media, tutti al soldo delle oligarchie mondiali, l’hanno cavalcato per beceri interessi personali. A questi servi dei nuovi tiranni posso dire solo questo: per voi, come per i vostri padroni, non dovremo attendere il futuro per giudicarvi perché la Storia vi ha già condannati.

Antonio Sparano

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