Covid 19, anche nel Regno Unito la pandemia viene utilizzata per limitare i diritti dei cittadini

Riceviamo e pubblichiamo

Circa un anno fa, su il Desk.it, lanciavamo l’allarme sull’attacco alla vita e alla cultura democratica insito nella gestione della pandemia.

Purtroppo, quanto avvenuto durante quest’anno non fa che confermare questa tendenza nonostante si stia facendo sempre più strada l’evidenza scientifica secondo cui l’epidemia da Sars-Covid-19 sia di tipo parainfluenzale, con tassi di mortalità bassi che colpiscono precisi gruppi di persone a rischio, com’è stato dimostrato dall’ultimo studio di uno dei più importanti epidemiologi al mondo, John Ioannidis. D’altronde, anche in Italia autorevoli esperti – che pure hanno espresso orientamenti molto distanti tra loro sulla questione – confermano che il Coronavirus è altamente gestibile e non richiede, di per sé, l’intervento in terapia intensiva (vedi, per esempio, le considerazioni del virologo Giulio Tarro e della immunologa Antonella Viola).

Una crescente rete di medici di base sta, inoltre, utilizzando con successo una terapia domiciliare in grado di curare la grande maggioranza dei malati svuotando gli ospedali (vedi https://bit.ly/3fpHhfC, https://bit.ly/3frdh3a e https://bit.ly/3tXfIhS). Alla luce di tutto questo, non si riscontra alcuna vera razionalità ed efficacia nel perpetuarsi della chiusura indiscriminata delle scuole (come se non bastasse la continua minaccia di farlo), nella criminalizzazione della socialità, nei lockdown che hanno accresciuto la disoccupazione e causato danni ingenti causati alle piccole e medie imprese, nelle multe e, in molti casi, negli abusi di potere compiuti da parte delle forze dell’ordine.

Eppure, il terrore sapientemente seminato durante l’inverno del 2020 sembra aver messo radici così forti da far ancora accettare di buon grado alla maggioranza delle persone una strategia irrazionale e inefficace. Una strategia propria dei regimi totalitari che – dovrebbe essere risaputo – hanno storicamente in comune l’obiettivo di regolamentare, tramite forza di legge, la vita delle persone in tutti gli aspetti.

La strategia del terrore ha, di fatto, leso un elemento fondamentale della prassi democratica: la generale capacità di giudicare una misura regolamentare, un provvedimento amministrativo, un decreto legge o una vera e propria legge in base ai principi che regolano la vita stessa delle democrazie, i principi costituzionali e la libertà delle persone. Il diritto alla salute non può essere semplicisticamente ridotto alla protezione dal Coronavirus e così utilizzato per schiacciare tutti gli altri diritti garantiti dalla Costituzione.

Tutto questo, purtroppo, è stato possibile. Sulla base del terrore e della falsa promessa del ritorno alla normalità alla fine della pandemia, è stato stabilito un principio ben chiaro: è possibile, in nome della cura di una malattia parainfluenzale, che i governi possano violare i principi cardine della vita libera e democratica, dalle libere uscite (controllate e limitate in base a ciò che, di volta in volta, viene definito “essenziale” o meno) al diritto al lavoro, dallo stesso diritto alla salute (attività fisiche e altre cure limitate o negate) al diritto alla scuola.

Il Grande Reset del capitalismo – il piano messo in atto dal World Economic Forum di Davos, come si può anche leggere in un fondamentale libro scritto dall’economista Ilaria Bifarini – procede di pari passo con il reset delle democrazie, a partire dalle nuove regolamentazioni della vita quotidiana di ognuno fino ad arrivare a nuove riconfigurazioni dei processi decisionali e a significativi riassetti delle istituzioni parlamentari.  

Tutto ciò dovrebbe essere ancora più allarmante se si considera quello che sta avvenendo in un Paese, quale il Regno Unito, che è decisamente avanti nella campagna di vaccinazione e che, dunque, dovrebbe essere ben avviato verso la via di uscita dalla pandemia e dalle restrizioni. Al contrario, paradossalmente, i limiti ai diritti di protesta dei cittadini sembrano farsi sempre più stringenti. 

Proprio per le disposizioni anti-Covid, intorno al 10 Marzo, la polizia di Londra ha cancellato una veglia (Reclaim These Streets March) in memoria di Sarah Everard, una donna rapita e uccisa mentre camminava da sola verso casa la sera del 3 Marzo. Oltre al ricordo, la manifestazione intendeva reclamare il diritto di tutte le donne a camminare per strada in normali condizioni di sicurezza. Nonostante la veglia fosse stata organizzata in accordo con tutte le regole anti-Covid, la polizia ha deciso di non concedere l’autorizzazione per tale manifestazione proprio indicando nelle misure di lockdown vigenti, la principale ragione.

La gravità di questo fatto non si può interamente comprendere se non si tiene conto di una legge che potrebbe avere un grosso impatto sul diritto di protesta dei cittadini, specialmente in Inghilterra e in Galles. Si tratta della Police, Crime, Sentencing and Courts Bill presentata al Parlamento britannico il 9 Marzo scorso e, ora, in discussione e soggetta ad emendamenti alla House of Commons.

È un documento molto vasto che, tra molte altre cose, trae ispirazione dal Coronavirus Act 2020 e si propone di trasformare in legge permanente alcune ampie garanzie e poteri decisionali e di controllo (di azioni e attività completamente legali fino al Marzo del 2020) conferiti alle forze dell’ordine per assicurare l’osservanza del regime di lockdown. Il testo, inoltre, mortifica il diritto di protesta dei cittadini. Nel mirino – pare abbastanza chiaro – vi sono le manifestazioni di maggiore impatto come, per esempio, quelle dei movimenti Black Lives Matter e Extinction Rebellion tenutesi durante l’estate scorsa.

Il proposito è quello di limitare al massimo tutte le proteste (anche se non violente) che possono causare temporanei disagi, disservizi, problemi alla vita della comunità in cui si svolgono. Per disagi e interruzioni di servizio, si intende anche causare rumore durante la manifestazione (pp. 56-57). Qualsiasi tipo di protesta, sciopero, manifestazione, sit-in potrebbe subire forti limitazioni o, addirittura, essere proibito nel caso in cui dovesse essere considerato come portatore di interruzioni e disagi. La definizione dei criteri di valutazione del potenziale di disturbo di una manifestazione viene, inoltre, demandata al Secretary of State che, attualmente, coincide con l’Home Secretary (l’equivalente del ministro dell’Interno), senza passare attraverso una discussione parlamentare (p. 55).

I nessi esistenti tra questa legge e il Coronavirus Act rendono abbastanza chiaro il fatto che il governo britannico stia utilizzando l’emergenza pandemica per accrescere i poteri di controllo autoritario e repressivo da parte dello Stato.

In tempi normali, sarebbe scontato affermare che il motivo di una protesta è quello di creare agitazione, attirare l’attenzione delle persone, di fare rumore intorno ad un problema. Se questo viene impedito, di quale protesta si può parlare? Come si fa a protestare sotto voce? Perché questo provvedimento si discute proprio ora che la campagna vaccinale è in stadio avanzato e stanno per riaprire quasi tutte le attività?

Come si può ancora ignorare, dopo tutto quello che è successo in quest’ultimo anno, che, in quasi tutta Europa, esiste un nesso tra la gestione della pandemia e la crescente sottrazione dei più elementari diritti civili di cittadini e lavoratori?

Prima che sia troppo tardi, bisogna iniziare a svegliarsi e a distinguere bene quelli che sono interventi di reale prevenzione sanitaria da quelli che, invece, hanno più a che fare con la repressione sociale. Pare sempre più probabile, infatti, che, in assenza di ostacoli significativi, dalla strada imboccata un anno fa non si tornerà indietro: le più disparate armi di svilimento e negazione del dissenso e del pensiero critico potrebbero stare alla base di quella che sarà la nostra futura “nuova normalità”.

Antonio Polichetti Saggista

Condividi sui social network
  • gplus
  • pinterest