Il Congresso incorona Meloni. Applausi, patti e poltrone: il sindacato è ormai un’estensione del governo.
Non c’è più nemmeno il pudore. Al Congresso nazionale della CISL, Giorgia Meloni è stata accolta come un capo politico da venerare: standing ovation, applausi a scena aperta, sorrisi compiaciuti. Il tutto in un contesto che dovrebbe essere espressione del lavoro organizzato, non della propaganda istituzionale.
La realtà è chiara: la CISL ha smesso di essere un sindacato. È diventata un’agenzia del governo. Non è un’accusa: è un fatto. La CISL ha semplicemente completato la sua lunga traiettoria di alleanza con il potere, culminata nella nomina dell’ex segretario Luigi Sbarra a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega al Mezzogiorno. Un salto di qualità nella cooptazione politica. Nessun imbarazzo, nessuna distanza tra le parti. Il sindacato è entrato ufficialmente nel governo.
Il finto patto sociale: i lavoratori restano fuori
Al Congresso, Meloni ha elogiato la proposta CISL di un “patto di responsabilità” tra governo, imprese e sindacati. Non un confronto tra interessi diversi, ma una gestione concertata del presente da parte delle élite che contano. Un nuovo patto sociale? No. Un patto sopra la testa dei lavoratori, che restano spettatori, mentre chi dovrebbe difenderli si accomoda al tavolo del potere.
Daniela Fumarola, nuova segretaria CISL, rivendica “partecipazione, premi, produttività”. Meloni annuisce e promette detassazione, contrattazione agevolata, fondi per la legge sulla partecipazione dei lavoratori. Tutto molto elegante, tutto molto tecnico. Nessuna parola su salari reali, precarietà, tagli ai servizi pubblici, licenziamenti. Nessuna parola sui conflitti sociali. Perché questo è il modello CISL: evitare il conflitto, garantire la stabilità, servire il potere.
La CISL non tradisce: porta a termine la sua missione
Attenzione però: la CISL non tradisce una vocazione conflittuale. Perché non l’ha mai avuta. Non nasce per guidare le lotte, ma per contenerle. La sua storia è quella della concertazione, del compromesso, della trattativa permanente. Ma oggi, con Sbarra nel governo e Fumarola a benedire la premier dal palco, si è passati dalla collaborazione alla subordinazione.
La CISL non è più un sindacato. È una struttura ausiliaria del governo Meloni, un interlocutore docile che legittima le politiche dell’esecutivo in cambio di visibilità e accesso ai centri decisionali. È la destra sindacale istituzionalizzata, organica al nuovo blocco di potere politico-imprenditoriale. Tutto il resto – diritti, lavoro, equità – è scenografia.
Sindacato o complice? La scelta è fatta
Nel frattempo, l’Italia reale fatica: precarietà cronica, salari da fame, giovani migranti usati come schiavi, infortuni e morti sul lavoro. Di tutto questo, la CISL non parla più. È troppo impegnata ad applaudire. Troppo impegnata a garantirsi un posto al sole.
Ma il sindacato, quello vero, non batte le mani al governo. Lo incalza. Lo sfida. Se serve, lo combatte. E non prende ordini dal Palazzo.
La CISL ha scelto. Ora tocca ai lavoratori scegliere da che parte stare. Perché chi sta con il potere non può stare con chi lo subisce.
Ciro Crescentini
