Le sue frasi riaprono il caso e alimentano tensioni tra Italia ed Europa
Le parole di Carlo Calenda sulla vicenda del sabotaggio dei gasdotti nel Baltico aprono un fronte politico e morale che difficilmente può essere ignorato. Sostenere che un atto di sabotaggio contro infrastrutture strategiche europee sia accettabile – o addirittura positivo – solo perché compiuto da un attore non ostile rischia di introdurre un doppio standard pericoloso. Non è una semplice provocazione, ma una presa di posizione che finisce per legittimare comportamenti che, in qualsiasi altro contesto, verrebbero condannati senza esitazione.
Il nodo centrale è proprio questo: se gli attacchi ibridi attribuiti alla Russia vengono giustamente denunciati come minacce alla sicurezza europea, diventa incoerente giustificare azioni simili quando cambiano i protagonisti. La distruzione del Nord Stream rappresenta un episodio grave, con conseguenze economiche, ambientali e strategiche rilevanti per l’intero continente. Ridurlo a una rivincita politica personale contro un progetto energetico significa ignorarne la portata reale.
Carlo Calenda, infatti, ha ribadito la sua storica opposizione al raddoppio del gasdotto, arrivando però a una conclusione che ha fatto discutere. «Quindi hanno fatto bene», ha scritto, spingendosi oltre il piano della critica politica. Una frase che pesa, perché sembra legittimare un atto potenzialmente illegale avvenuto in ambito europeo. E che si inserisce in una linea già espressa in passato con parole altrettanto nette: «Ringrazio Dio».
Da qui, la vicenda si sviluppa dentro un quadro molto più ampio, dove si intrecciano guerra, intelligence e interessi energetici.
Le esplosioni del settembre 2022 hanno colpito i gasdotti Nord Stream 1 e Nord Stream 2 nel Mar Baltico, infrastrutture chiave per il trasporto di gas russo verso la Germania e il resto d’Europa. Per mesi, le responsabilità sono rimaste incerte, con ipotesi che spaziavano da un coinvolgimento diretto di Mosca a operazioni condotte da attori terzi.
Col tempo, però, le indagini della magistratura tedesca hanno delineato uno scenario diverso. Secondo gli investigatori, un gruppo di cittadini ucraini avrebbe pianificato e realizzato il sabotaggio utilizzando l’imbarcazione Andromeda, partita dal porto di Rostock con un carico di esplosivi.
L’operazione, avvenuta il 26 settembre 2022, avrebbe richiesto competenze tecniche elevate e una preparazione accurata. Alcuni dei presunti responsabili sono stati arrestati, tra cui Serhii Kuznetsov e Volodymyr Zhuravlov, mentre altri sono stati identificati nel corso delle indagini.
Emergono inoltre possibili collegamenti con ambienti militari e di intelligence ucraini. Tra i nomi citati figura anche quello del generale Valery Zaluzhny, mentre secondo diverse ricostruzioni il presidente Volodymyr Zelensky sarebbe stato informato ma contrario all’operazione.
Il sabotaggio ha avuto conseguenze rilevanti anche sul piano ambientale, con la dispersione di grandi quantità di metano nel mare, oltre a effetti duraturi sugli equilibri energetici europei.
In questo contesto, le dichiarazioni di Carlo Calenda non restano isolate, ma alimentano un dibattito più ampio: fino a che punto è possibile applicare principi diversi a seconda di chi compie un’azione? E soprattutto, quale prezzo si paga quando la linea tra condanna e giustificazione diventa così sottile?
Ciro Crescentini

