La piccola affetta da disturbi certificati. I giudici parlano di “vizio motivazionale”. I genitori: «L’abbiamo iscritta altrove»
Una bambina di sei anni, affetta da “depressione da abbandono” e “ritardo cognitivo prestazionale”, è stata inizialmente bocciata alla fine della prima elementare in un istituto comprensivo di Fuorigrotta. Una decisione contestata dai genitori, che hanno presentato ricorso al Tar della Campania. Il tribunale ha sospeso in via cautelare la bocciatura, definendola “intrinsecamente contraddittoria” e rilevando “un vizio motivazionale” nella documentazione scolastica.
Il provvedimento del Tar, datato 29 luglio, ha anche evidenziato la totale assenza di percorsi personalizzati di apprendimento, nonostante la scuola fosse a conoscenza delle difficoltà cognitive e psicologiche della bambina. Ritenendo la situazione di “estrema gravità e urgenza”, i giudici hanno fissato un’udienza per il 3 settembre e chiesto alla scuola una rivalutazione entro il 20 agosto.
La risposta dell’istituto è arrivata il 19 agosto, quando la dirigente scolastica ha convocato una seduta straordinaria del consiglio di interclasse, richiamando i docenti dalle ferie per riesaminare il caso. Dopo 12 ore di discussione, è arrivato il dietrofront: la bambina è stata ammessa alla seconda elementare, e la bocciatura è stata formalmente revocata.
Nonostante la retromarcia, però, la famiglia ha deciso di iscrivere la figlia in un’altra scuola. “Abbiamo vissuto un inferno”, hanno dichiarato i genitori. “È venuto meno il rapporto di fiducia, soprattutto con la dirigente. Lasciarla lì sarebbe impossibile”. La madre ha denunciato un anno scolastico di totale emarginazione: “Mia figlia è stata messa in un angolo e dimenticata”.
La dirigente scolastica, che ha definito la decisione iniziale “dolorosissima”, ha giustificato la bocciatura con difficoltà pratiche, tra cui l’assenza di un docente di sostegno dedicato. Ma per la famiglia, si è trattato di una scelta “disumana e punitiva” che avrebbe potuto compromettere gravemente il benessere della bambina.
Il caso riaccende l’attenzione sulla necessità di un’effettiva inclusione scolastica per gli alunni con bisogni educativi speciali e sul ruolo delle istituzioni nell’assicurare un diritto allo studio realmente equo.
Red
