Dal referendum sulla giustizia alla difesa dei centri in Albania, un’ora di populismo politico
Giorgia Meloni chiude l’Atreju “dei record” con un discorso lungo un’ora che somiglia più a uno show che a un dibattito politico. Tra un sarcasmo e l’altro verso la sinistra, la premier si autopromuove come salvatrice della patria, elogiando l’unità del centrodestra e il successo del governo, dall’economia ai posti di lavoro, senza mai confrontarsi con i problemi reali.
Il tema internazionale viene trattato con due battute: “nessuno ha nostalgia dell’Urss” e “la pace non si fa con le canzoni di John Lennon”, mentre gli Usa devono essere trattati “tra pari”. Tradotto: la politica estera è ridotta a slogan da palcoscenico.
Il vero spettacolo è all’interno: la sinistra è descritta come “rosicona” e incapace di presentarsi unita, mentre Giorgia Meloni cavalca ogni occasione per apparire decisa e forte. Dal no al velo, ai centri in Albania, fino alla difesa del referendum sulla giustizia e al richiamo a casi di cronaca come Garlasco, tutto diventa materiale per populismo e semplificazione estrema.
E se qualche spettatore sperava di sentire qualcosa sulle riforme reali – autonomia e premierato – rimane deluso: vengono citate in due battute, mentre Giorgia Meloni preferisce fare paragoni ironici con Cetto La Qualunque e il Mercante in Fiera per deridere gli avversari.
Il finale è tutto simboli e retorica: “portare la scintilla di Fratelli d’Italia di città in città”. Traduzione: un invito a non pensare, applaudire, seguire e sentirsi eroici. L’Atreju di Giorgia Meloni è più uno spettacolo di autocelebrazione che un momento politico, e la sinistra resta, agli occhi della premier, un fantasma da schernire.
CiCre
