Sua maestà il San Carlo apre le celebrazioni per Carlo di Borbone

Con un viaggio dentro il Massimo napoletano via al programma per commemorare il sovrano a trecento anni dalla nascita

NAPOLI – Venti 1716-venti gennaio 2016: sono esattamente trecento gli anni trascorsi dalla nascita di Carlo di Borbone, sovrano del Regno di Napoli dal 1734 al 1759, data della sua ascesa all’ancor più prestigioso trono di Spagna. Per tale ricorrenza l’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli ha stilato un ricco programma di eventi miranti a commemorare tale insigne figura (soprattutto in primavera con il Maggio dei Monumenti) i quali culmineranno con la rappresentazione al San Carlo dell’”Achille in Sciro” di Domenico Sarro il prossimo 4 novembre,  giorno in cui con tale opera nel 1737, in concomitanza con l’onomastico del re, il teatro partenopeo venne ufficialmente inaugurato. All’interno di quest’ultimo si è svolta la prima delle celebrazioni in calendario: introdotta dall’Assessore Daniele, la guida Antonella Rizzo ha condotto un numeroso pubblico in un affascinante viaggio sulla storia del più antico edificio per spettacoli in Europa, fortemente voluto da Carlo il quale era affetto da una vera e propria malattia: il “mal di pietra”, ossia la smania di costruire. Tantissimi infatti furono i progetti commissionati dai Borbone  tra gli anni Trenta e Cinquanta del XVIII secolo a Napoli ed in Campania: le Regge, da Capodimonte passando per Portici e Caserta, ma anche l’Albergo dei Poveri, idea molto nobile che tuttavia si rivelò di difficile attuazione (la struttura, ancora oggi incompiuta, avrebbe dovuto ospitare ottomila indigenti da tutto il reame!).

 

Molto semplice e rapida, invece, fu l’edificazione del teatro, intitolato al santo protettore del sovrano: bastarono, infatti, solo otto mesi di lavoro all’architetto Medrano  per metterlo in piedi, raccogliendo sin dal primo spettacolo il consenso del pubblico napoletano che, a differenza di oggi, non pagò mai un centesimo in quanto ospite di Carlo e della sua corte. L’excursus delineato dalla Rizzo, che ha citato i tanti musicisti (Haydn, Haendel) e direttori d’orchestra che qui hanno messo in scena  le loro opere (Bellini, Donizetti), è stato edulcorato altresì da vari aneddoti: tra questi, le curiose abitudini degli spettatori, ricordate dal medico inglese Samuel Sharp,  di bere e mangiare chiassosamente in sala; la rigida gerarchia tra coloro che, in sostituzione del re e della sua consorte, dovevano dare il là per gli applausi; la gara tra i nobili ad accaparrarsi quante più candele all’interno dei propri palchetti come segno di prestigio; il particolare rapporto tra Domenico Barbaja, impresario del teatro nei primi decenni dell’Ottocento, ed il musicista Gioacchino Rossini che sarebbe fuggito da Napoli insieme alla compagna del suo autorevole protettore. La narratrice ha poi svelato i tre elementi che assicurano ancora oggi un’eccellente acustica: il soffitto rivestito di tela di canapa, dipinto da Giuseppe Cammarano con il gruppo dei poeti dinanzi ad Apollo e Minerva; i rilievi  che adornano i tantissimi palchetti attorno alla platea; “il golfo mistico”, ovvero la buca dell’orchestra, luogo magico da cui si sprigionano le dolci melodie. Una bellezza senza tempo, quella del San Carlo, che toglie davvero il fiato ogni volta che si entra, simboleggiata metaforicamente, al di sopra del profondissimo palcoscenico, dalla sirena Partenope che trattiene le lancette di un orologio in stucco dorato.

Angelo Zito

 

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